Gli influssi dei mutamenti climatici sull’ecosistema sono oggetto di accanite dispute tra catastrofisti e minimizzatori. Passando dal macro al micro, è invece indiscutibile che un luglio piovoso può provocare, per esempio in una famiglia di campeggiatori, un dissesto umorale irreparabile. Costretti in piccoli spazi (terribile il camper, ma anche la piccola hall di un alberghetto di montagna non scherza), si genera una quantità di insofferenza proporzionale alle ore di maltempo e all’insulsaggine dei rimedi proposti: le carte, i giochi di società, la conversazione, che quando è obbligata è sempre un supplizio e una punizione. Il problema è che l’estate, per sua qualità tradizionale, gioca tutto il suo charme nel rapporto con la natura e l’aria piena. Questo rapporto, che è corporeo e non verbale, contemplativo e non propositivo, riesce a sospendere felicemente tutti i vincoli della socialità: anche se si è in compagnia o in famiglia, ognuno è solo con i suoi sensi, si bagna o si abbronza o passeggia, guarda e sente, tace e vive. La vera vacanza, tranne che se si è scelto di visitare una città d’arte o una metropoli straniera, consiste in genere nella riapertura del conto sospeso con l’esterno, con il sole e il paesaggio, il mare e il profilo dei monti. Il maltempo è il tradimento dell’esterno. Non a caso la battuta tipica, nei giorni di pioggia, è chiedere acidamente all’albergatore, o al gestore del camping, se intende rimborsare il soggiorno. E non è escluso che qualche comitato dei consumatori particolarmente petulante (non ne mancano) provveda, prima o poi, a imputare alle comunità ospitanti un meteo sfavorevole. Ma il solo risarcimento che il maltempo può fornire ai danneggiati è, per il momento, il forte impulso alla conversazione. La chiacchiera di argomento atmosferico, nella quale erano tradizionalmente maestri gli inglesi, è sempre più diffusa. Dal classico ma ormai desueto "è colpa della bomba atomica", si è passati a varianti ben più articolate sull’effetto serra, l’inquinamento, il Nino e altri accidenti. Poter attribuire la propria incazzatura, anziché agli improbabili capricci degli dei, a ragioni socio-politiche, aiuta molto a passare la giornata. Consegnata agli archivi la figura tradizionale del vecchio pescatore che, pur non sapendone un tubo, millantava pronostici sul tempo dell’indomani, ogni conversazione sotto la pioggia è diventata un forum di esperti improvvisati, da quello che sa che la Cia è in possesso di dati sconvolgenti, ma non li dice, a quello che i dati sconvolgenti non ha bisogno di chiederli alla Cia, e purtroppo li dice. La realtà, probabilmente, è che un’estate fresca e piovosa come questa, pur essendo stata annunciata dai giornali come la più torrida del secolo, e subito dopo descritta dai giornali come la più piovosa del millennio, fa parte della ancora sconosciuta dinamica del pianeta. Una visita (ideale nei giorni di pioggia) a un buon museo di storia naturale aiuta a rendersi conto, per esempio, che solo quindicimila anni fa (ieri l’altro in termini climatici) la valle alpina nella quale pretendete di abbronzarvi e stare in maniche corte era ancora coperta dai ghiacci, e un temporale come quello che vi sta ammorbando le ferie sarebbe stato una copiosa nevicata. Nella natura, voglio dire, c’è un sostanzioso quid di ignoto, e dunque anche di rischioso e di sgradevole, che non è compreso nel "tutto compreso". Questa perdurante influenza dell’arbitrio degli elementi, nonostante la nostra presunzione tecnologica, è, in fondo, la sola constatazione che può svelenire le nostre vacanze rovinate dalla pioggia. Perché c’è, nell’aria aperta, una percentuale di rischio, di imprevedibilità, che la rende più affascinante e verosimile, e ci espone alle intemperie, allo spavento e perfino alla folgore. Ridurre la percentuale di sicurezza - e di noia - della vita metropolitana è uno degli scopi reconditi delle vacanze. C’è chi, per provare il brivido dell’estremo, e dell’esterno, spende fior di quattrini per andare a settemila metri, o nel deserto. Questa estate basta il Garda per far sentire i villeggianti in balia della severità della natura. Non è un passo avanti?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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