Per ovviare al cronico sovraffollamento, l’Università di Roma (centocinquantamila studenti) dirotterà alcuni corsi sotto tendoni presi in affitto. L’attendamento è il ripiego di un ripiego: in precedenza si ricorreva alle sale cinematografiche svuotate dalla crisi del cinema, e riconvertite grazie alla crisi dell’università. Mutuo soccorso tra istituzioni languenti. Ma pare che l’affitto dei tendoni (nome d’arte: tensostrutture) sia meno esoso. Nati per ospitare spettacoli estivi, ricoverare salsicce e dibattiti durante le feste politiche, dare un tetto a fiere itineranti e svaghi assortiti, ecco che i tendoni si vedono promossi a sede universitaria. Ne esce rafforzata l’idea, così italiana, che l’emergenza sia lo status strutturale del paese. Ne esce penosamente indebolita l’idea che l’università, oltre che un’istituzione, sia un luogo, o per meglio dire sia un’istituzione anche perché è un luogo. Dai vecchi palazzi insigni ai modernissimi campus americani, il concetto di «città degli studi» è un unicum. E' un concetto culturale e urbanistico così radicato, e antico, che in molte città il quartiere universitario è tutt’uno con la vita studentesca, ne è segnato fin nei locali di ristoro, nei caffè, nelle abitudini minute. Quando «si va» all’università si trasloca, spesso anche fisicamente, dall’adolescenza e dalla famiglia alla città nuova che introduce alla vita adulta. Finire a prendere appunti sotto un tendone lungo la Prenestina non è, da questo punto di vista, un approdo particolarmente allettante. Se la famosa «mortalità universitaria», in Italia, è così elevata, e sono così pochi gli studenti che riescono a laurearsi, probabilmente ha il suo peso anche la malinconia depressiva di molte strutture. Senza buttarla sul facile e sul demagogico, quello che viene da chiedersi, specie in questa febbrile vigilia di «grandi opere», è se non meriterebbero il rango di «grandi opere» anche le complicatissime ristrutturazioni o ammodernamenti di ciò che già esiste, e non funziona o funziona male. L’università deportata sotto i tendoni ricorda altre scuciture, altre pene quotidiane e ordinarie che sarebbe davvero straordinario poter curare, dalla rete idrica alle ferrovie cosiddette «secondarie» a mille altre infrastrutture in tilt. L’impressione, più realistica che malevola, è che il minuto lavoro di aggiustamento di ciò che già esiste, ma non funziona, sia molto meno spettacolare di tante mirabilia, tipo il ponte sullo Stretto o l’alta velocità ferroviaria, e per giunta sia perfino più difficile da realizzare. Il caso della Sapienza e della sua cronica sovrappopolazione, però, ha dalla sua l’alto valore simbolico che la formazione delle classi dirigenti dovrebbe incarnare in un paese degno di se stesso. Un governo assai sensibile - sulla carta - ai «problemi di immagine», dovrebbe sussultare di fronte all’istantanea di un tendone periferico che inalbera la scritta «Università». E' uno scorcio che stonerebbe perfino in un plastico da trenino elettrico, per non dire in un esibizione di modellistica berlusconiana nel salotto di Bruno Vespa. Sono cose che rimandano agli ospedali da campo montati nelle zone disastrate, ai container di fortuna che diventano domicilio fisso per i senzatetto, alla gragnuola di emergenze istituzionalizzate di questo paese. Quale futuro genio dell’ingegneria e dell’architettura sarà stimolato a progettare campate uniche, e grandi opere stupefacenti, sedendo per mesi sulla tribunetta che fu allestita, mettiamo, per un recital di Califano?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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