A leggere le interviste e i commenti di questi giorni, hanno ragione un po' tutti: il «cartello delle provinciali», otto squadre ancora senza contratto televisivo che mal sopportano la sperequazione dei compensi (alle «piccole» spetterebbe circa un ventesimo di quanto tocca alla Juve); le pay-tv sfibrate dalla crisi finanziaria e degli introiti pubblicitari; la Rai che snocciola la caterva di milioni fin qui elargita e spiega di non potere e non voler coprire i buchi del calcio col denaro pubblico. Peccato che dalla somma di queste ragioni scaturisca un unico e clamoroso torto: il massacro di un bene pubblico già avvilito da un calendario-puzzle (cinque orari diversi per nove partite, spalmate dal sabato pomeriggio alla domenica notte), e ora in balia di una durissima trattativa tra sordi. Volendo tentare una morale, l’impressione è che il calcio paghi gli eccessi di una delle commercializzioni più assurde, snaturanti e controproducenti mai viste sotto il sole. Perché è chiaro che se la merce in vendita è Atalanta-Chievo, il valore commerciale è vertiginosamente inferiore a un Juve-Inter. Ma se il bene in vendita è il campionato nel suo complesso, allora Atalanta-Chievo ne è un pezzo insostituibile, e di pari dignità sportiva. Il problema è che la pari dignità sportiva fa a pugni con l’impari potere di mercato. La logica-spezzatino degli ultimi anni ha portato ogni società a trattative private che inevitabilmente la inchiodano al suo bacino d’utenza, enorme quello delle grandi squadre, gracile quello delle piccole. Da quando le partite sono diventate «eventi», sciagurata trasfigurazione di uno sport in palinsesto, il calcio è in ostaggio dei diritti televisivi, e ha perduto la sua autonomia semantica: per il pubblico campionato significa campionato, nove partite a domenica da settembre a maggio. Per gli attori economici della vicenda, campionato è una parola senza più senso, e se ne vendono e svendono i pezzi come i mattoni di un monumento in disarmo. Magari, nel breve, ci si lucra qualcosa. Ma in prospettiva, del monumento non restano che le macerie. Se si aggiunge che a restituire senso e valore al campionato dovrebbe essere la Lega Calcio (la Federcalcio dicono ci sia ancora, ma non se ne hanno notizie da anni), cioè l’espressione unitaria delle società professionistiche; che a capo della Lega c’è quel Galliani che fu, pochi anni fa, acceso sostenitore di una Superlega che tagliasse fuori dal business, di fatto, il calcio provinciale; che l’invocata intercessione della presidenza del Consiglio coinvolgerebbe inevitabilmente il proprietario del Milan nonché di Galliani; si intende che la situazione è del tutto surreale, dovendo il calcio italiano rinunciare in partenza, e nei fatti, a figure super-partes in grado di rassicurare le squadre più deboli e calmierare le spese di quelle più forti. La rivolta delle «otto sorelline» nasce dalla frantumazione sempre più netta che l’accelerazione speculativa ha imposto allo spettacolo-calcio. E’ come se una compagnia teatrale vedesse svanire il patto fondante tra protagonisti e comprimari, tra primedonne e resto del cast. E spiace, anche nello sport, perfino nello sport, constatare che uno stupefacente accumulo di potere consegna nelle stesse mani, sempre quelle, una rappresentanza «pubblica» che ha perduto ogni barlume di imparzialità oggettiva. Un dipendente di Berlusconi, padrone del Milan e di Mediaset, dovrà trattare con la Rai a nome delle società professionistiche. Con quale equità, con quale serenità, con quale assenza di secondi fini, dovrebbero dirlo i poco lungimiranti presidenti di società che lo hanno eletto presidente di Lega. L’imbuto, ormai, è quello: televisione, politica, calcio, potere istituzionale e potere mediatico hanno la stessa faccia, spesso lo stesso nome e cognome. L’insurrezione delle otto sorelline è nelle mani del Grande Fratello. E così sia.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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