Ai tempi di Mani Pulite la voce di Milano - via Solferino e i suoi editorialisti in testa - fu prevalentemente di sollievo e di solidarietà con gli inquirenti. S´invitava a scoperchiare il pentolone rancido della corruzione politico-affaristica senza guardare in faccia a nessuno. E fu solo dopo qualche mese, di fronte ai primi dubbi sull´uso disinvolto della carcerazione preventiva e all´evidenza delle prime tragedie personali degli inquisiti, che si cominciò a mettere qualche puntino sulle i. Molta acqua è passata sotto i ponti, e i puntini sulle i si sono moltiplicati al punto di diventare un´agguerrita costruzione ideologica che declassa il senso storico e giuridico di quell´inchiesta a "uso politico della giustizia", che sarebbe molto di meno dell´applicazione delle leggi della Repubblica, e molto di più (e di peggio) di una furbizia para-partitica.
Sarebbe un subdolo e gravissimo attentato all´equità della legge e alle libertà politiche. Se il cosiddetto "partito dei giudici", che pure ha da sempre un suo nocciolo duro, non particolarmente sensibile ai diritti della difesa, si è parecchio ingrossato nell´ultimo periodo, è proprio perché una parte significativa di opinione pubblica (non solo di sinistra) ha la netta impressione che su quell´inchiesta, ribattezzata non dall´ultimo dei traffichini, ma dall´attuale premier "complotto dei giudici comunisti", si voglia passare un potente e definitivo colpo di spugna.
Dev´essere per questa radicalizzazione delle opinioni (resa inevitabile dalla abnorme grandezza e invadenza della spugna) che mi ritrovo, per intercessione autorevole di Ernesto Galli della Loggia, promosso a portavoce dei giustizialisti, per avere io sostenuto, giorni fa, che eventuali forzature di Mani Pulite erano figlie, anche se non soprattutto, della precedente mortificazione cui la magistratura era stata costretta da avocazioni, insabbiamenti e omissioni varie. In estrema sintesi: vent´anni di non indagini partorirono un´indagine monstre, così come da una estrema compressione scaturisce un´esplosione. Perché siamo un paese esagerato, si sa: o immoralista o preda di accessi purificatori.
Galli della Loggia mi corregge, ed è una correzione molto significativa: se la magistratura, in precedenza, non aveva indagato a sufficienza sul potere politico ed economico, fu perché "la stragrande maggioranza dell´ordine giudiziario si sentiva culturalmente, socialmente e politicamente omogeneo a coloro che avrebbe dovuto perseguire. In poche rozzissime parole, perché era ´di destra´". Un eventuale portavoce del giustizialismo rosso sarebbe entusiasta di questa puntualizzazione: ne trarrebbe la convinzione che i giudici "di sinistra" hanno messo le mani anche laddove quelli "di destra" non osavano, perché cane non mangia cane. E che il vespaio che ne è seguito era la logica conseguenza dello scoperchiamento di santuari fin lì intoccati.
Non essendo giustizialista (lo zelo correzionale di Di Pietro fu un bersaglio prediletto di Cuore, e oggi farei lo stesso sul giudice Guariniello, che ormai apre carteggi anche sull´abuso di aperitivi nei bar), mi chiedo invece se una simile interpretazione dei fatti non sia un´altra maniera, particolarmente raffinata, per deviare ulteriormente il giudizio su Mani Pulite dal suo alveo giuridico (sono stati commessi dei reati? E se sì, andavano o non andavano perseguiti?) alla palude della congiura politica, sulla quale naviga con destrezza il "partito degli avvocati", che non fa girotondi attorno ai palazzi perché non ne ha bisogno: del palazzo è inquilino autorevole. Perché se è vero, come scrive Galli, che un ordine giudiziario prima infeudato al potere politico-economico e d´un tratto affollato (infiltrato?, come sostiene Berlusconi) di "toghe rosse" ha infine rovesciato la sua potenza di fuoco sui "nemici di classe", allora non vale più discutere della liceità delle inchieste, dei metodi adottati, delle leggi infrante, delle garanzie della difesa. Tutto è solo politica, tutto è solo ideologia, tesi un tempo cara alla sinistra estrema (ricordo un severo intervento di Franco Fortini che declassava ogni genere di legislazione a mero arbitrio di classe) e oggi riadottata, e riadattata, dalla nuova cultura governativa.
Le sacrosante garanzie invocate da Galli in conclusione del suo articolo - ivi compresi gli opportuni argini a eventuali abusi della parte inquirente - figurano inevitabilmente, nel quadro da lui stesso tracciato, come un castigo politico a uno sgarbo politico commesso da magistrati politici. E se è già un passo avanti, in questo clima, dire che anche prima di Mani Pulite i giudici erano politicizzati ("toghe grigie"?), è un passo indietro giocare la carta delle garanzie liberali, e di iter processuali più equi, sul tavolo della rissa politica in atto, con un premier inquisito che apre e chiude ogni esternazione dicendosi vittima della giustizia stalinista.
Entrare nel merito tecnico delle questioni - che diventa poi, in uno stato di diritto, merito politico, sì, ma uguale per tutti, non per quella o questa fazione, e soprattutto non per quello o questo imputato - è praticamente impossibile se le inchieste in corso, a partire da quelle contro gli uomini di potere, continuano a essere discusse solo in quanto "manovra politica contro Berlusconi".
Un premier sotto processo che porta in Parlamento un torpedone di (suoi) avvocati non aiuta, questo mi pare lampante, a svelenire il clima. Ed è il migliore dei pretesti possibili perché il partito dei giustizialisti, in sé e per sé una modesta fazione, coinvolga porzioni sempre più grandi di opinione pubblica (anche) moderata che non vive ideologicamente la questione della giustizia, ma la avverte come una nevralgica questione civile che diverrebbe uno scandalo storico se gli imputati potenti trovassero la maniera di aggiustarsi gli iter processuali in modo da tornare all´antica impunità, ieri garantita dai giudici "di destra" che non indagavano sui loro compagni di bridge, oggi da un Parlamento che cerca di rendere impossibile il lavoro degli inquirenti "di sinistra".
Ma la legge, in tutto questo, non rischia di diventare un dettaglio? E come diceva il comunista Fortini, e mi pare dica il liberale Galli, se la giustizia, come la guerra, è solo una prosecuzione in altri modi della politica, a che vale discutere di procedure e garanzie? A garantirsi da sé solo, e a procedere come un panzer, provvederà il potere politico di turno, e alla prossima legislatura Berlusconi, oltre a fare eleggere i suoi avvocati, farà eleggere anche i suoi giudici.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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