L´intrepido Gaston, in quanto foca, ha cercato di mettere a frutto l´onda rabbiosa della Moldava prendendo il largo dallo zoo di Praga e puntando diritto verso il Nord, laddove i suoi baffi intuivano il mare. Essendo la Mitteleuropa diventata una sola immensa fiumara, lo hanno ritrovato cinque giorni dopo nell´Elba, in acque tedesche, che arrancava smarrito.
Si ignora se sia stato lo stress da vastità, le porcherie chimiche che inzuppavano la piena, qualche lesione interna patita durante lo scardinamento della sua prigione. Fatto sta che Gaston è morto prima ancora di tornare a Praga, mentre mezzo paese già lo aspettava in festa, come un Mosé salvato dalle acque.
Su questo giornale, da qualche giorno, si è acceso un dibattito, nella rubrica della posta, sulla natura delle bestie: se siano o non siano senzienti, dotate di spirito, aventi diritto a qualcosa, se l´appiccicoso pietismo animalista non abbia a che fare più con la noia e la paranoia degli umani che con la vita vera degli animali. Beh, la storia di Gaston soccorre gli uni e gli altri, gli animalisti e gli anti, dimostrando che non è poi così importante buttarla in etica. La vita è vita e basta, piace e commuove quando vive, nuota, palpita, rattrista quando smette di essere.
Si amano le bestie per l´ovvia ragione che ci apparenta a loro il vivere e il morire, giocano la nostra stessa scommessa, cercare di farcela e di star bene il più a lungo possibile, stare a cavallo della piena piuttosto che farsene travolgere. Tanto è vero che per provare orrore e schifo, vedendo il videuccio criminale nel quale i compari di Bin Laden impestano di gas un povero cane, ci basta immaginare il suo respiro nel nostro, e il nostro nel suo, l´identica onesta fatica di riempire i polmoni di ossigeno per non smettere di essere nella vita e sulla Terra.
Per capire Gaston non ci serve la filosofia, ci basta il racconto. Lo squasso d´acqua che arriva e stronca il collega elefante e perfino il collega ippopotamo, e invece solleva Gaston come una palla veloce e lo fa schizzare lontano. Il disorientamento (ah, la libertà, che pericoloso affare sa essere!), il riordinarsi veloce dei neuroni e dei muscoli attorno a un progetto di salvezza, l´intuizione di un qualche mare con qualche pesce da qualche parte, il viaggio a cercare vita magari più perigliosa, magari più divertente.
Si tifa per Gaston perché si tifa per la luce e per il respiro, per l´approdo riposante e per lo stomaco pieno, per la pienezza ammirevole dell´essere vivi. La foca, poi, è una specie di parente acquatico del cane, ha la stessa balordaggine giocosa, lo stesso muso vibratile, abbaia perfino. Poco importa sapere se sia pensierosa alla nostra maniera, elaboratrice di strategie o collezionista di esperienze: se la vediamo reggere un urto bio-cida come quello di un´alluvione, cercare di trasformarlo in viaggio e in sopravvivenza, non possiamo non riconoscerci in lei, partecipare alle sorti del suo naufragio, credere che ci rappresenti, che sia caduta dalla nostra stessa barca.
Il lutto praghese per la morte di Gaston è perfettamente lecito, non leva niente al lutto per le vittime umane e anzi aggiunge, a quelle perdite, un suggello più generale, quello della ferita che il disastro ambientale infligge, appunto, a tutto l´ambiente, a tutto il vivo nel quale viviamo.
Quando gli animali morti galleggiano gonfi sopra una piena, o segnano di resti carbonizzati le foreste incendiate, ci impressiona che la qualità della loro fine sia così simile alla nostra. Abbiano o non abbiano un´anima gli animali, dal momento che si ignora perfino se l´abbiano i migliori tra gli umani, non è poi un gran rovello. Si sa che hanno un corpo, sovente bello e lucente come quello di Gaston, e che formano, insieme a noi, il corpo del mondo.
Curarlo per curarci, non è questo che facciamo quando proviamo affetto e sollecitudine per le bestie?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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