Sembra di vederlo, il mafioso-spia, che trascorre l'intera giornata in compagnia dell'uomo più ricercato d'Italia. L'arrivo al bivio di Mezzojuso, sulla superstrada per Agrigento, alle prime luci del mattino. Poi la comparsa della Ford Escort diesel con due uomini a bordo: quello seduto accanto all'autista è lui, Bernardo Provenzano. In quelle campagne tutti lo conoscono e sanno chi è, ma nessuno ha mai parlato. Due casolari, poco distanti uno dall'altro: non più di trecento metri di strada bianca, sovrastati da enormi silos per la conservazione del grano. Il proprietario che ospita il padrino si chiama Cono. Luigi Ilardo, la spia del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ha tutto il tempo di imprimersi nella memoria la faccia di Provenzano che nessuno conosce. Di Binnu esiste solo una segnaletica che risale agli Anni Sessanta e da quel momento la ricostruzione del volto del capo di Cosa nostra è affidata alla memoria del mafioso-spia. Così lo descriverà Ilardo: «E' alto quasi uno e settanta, magro, il volto scarno che evidenzia due fosse e due avvallamenti vicino alle tempie, i capelli sono corti, brizzolati che danno sul bianco-rossiccio, l'attaccatura è alta e lascia scoperta la fronte». Dirà ancora, Gigino: «Sembrava un tranquillo uomo di campagna, con la polo sotto un maglione a V e i classici pantaloni di velluto a coste larghe parzialmente coperti da un giaccone pesante». Non stava benissimo, Provenzano. Salutando i presenti si lamentava per aver dovuto portare il catetere: «La camurria della prostata». Già, i presenti. Avrà visto una dozzina di persone, quel giorno. E tutte per incombenze legate quasi esclusivamente a problemi di ordinaria quotidianità di Cosa nostra, all'assegnazione delle competenze nell'ambito della riscossione del «pizzo» e della gestione degli appalti pubblici. A tavola si ritrovano in non più di dieci, Ilardo compreso. Binnu mangia una fetta di carne senza sale (per via della «camurria della prostata»), sapientemente arrostita alla carbonella dal buon Cono. L'incontro si svolge in due fasi. Una per affrontare i problemi di carattere generale dell'organizzazione, l'altra - pomeridiana - per «le situazioni di carattere privato e personale di Provenzano». Si parla dell'atteggiamento di Giovanni Brusca, irrequieto e alquanto «assoluto», nel senso della troppa autonomia. Ma Binnu è contrario alle maniere forti e rimanda ogni possibilità di intervento. Con Gigino è un idillio: gli raccomanda, il padrino, di evitare ogni scontro cruento con chicchessia perché conta di «rimettere in sesto il giocattolo (l'organizzazione mafiosa) in breve tempo». Le ore trascorrono tra un «vossìa che dice» e una previsione sui «tempi migliori che verranno». Ma i carabinieri non arrivano. In effetti la decisione investigativa che prevalse fu quella di preparare un lavoro accurato per un prossimo incontro, che certamente ci sarebbe stato. Però l'aggeggio elettronico - situato nella cintola dei pantaloni dell'ufficiale dei carabinieri - continuava a lanciare impulsi e ciò voleva dire che il «suo» uomo, la spia che aveva accettato di far da esca, era già a contatto con l'imprendibile Bernardo Provenzano. Già, «lo zio», il «ragioniere», «Binnu», l'uomo che - dopo la cattura di Totò Riina - era rimasto al vertice di Cosa nostra. Eserciti di poliziotti e carabinieri lo cercavano da tre decenni e lui, ora, stava in un ovile di Mezzojuso, campagna dell'entroterra palermitano, a parlare con Luigi Gigino Ilardo, ufficialmente capomafia di Catania ma da qualche tempo collaboratore del colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Spia e infiltrato: partecipava alla vita di Cosa nostra, era uno dei pochi ammesso al contatto diretto con Binnu e di tutto informava in tempo reale l'ufficiale che era diventato anche un amico, oltre che lo stratega dell'operazione che avrebbe potuto portare allo smantellamento definitivo della mafia. Già, avrebbe potuto portare. Perché invece il piano fallì miseramente non si sa bene per quale reale motivo. Riccio adesso dice che i carabinieri del Ros, organismo per cui allora lavorava, non vollero prendere il superlatitante e lascia intendere che il corleonese gode di protezione perché in passato ha fatto più d'un favore alla «Benemerita». Si tratti o no di un´esagerazione di ufficiale rampante e disinvolto, forse un po' guascone e con qualche vocazione all'iniziativa privata, come qualche volta accade tra gli investigatori votati alle operazioni un po' speciali. resterà un mistero. Uno dei tanti misteri che ruotano attorno alla figura contraddittoria di Michele Riccio. Dell'episodio l'Arma offre una visione, diciamo, tecnica e definisce un disguido quello avvenuto a Mezzojuso, attribuendo il ritardo dell'intervento alla «impossibilità di operare» perché non «v'erano le condizioni ottimali» per tentare il colpo grosso. Misteri, quelli di Riccio, che la Procura di Palermo sta cercando di dipanare non senza difficoltà, visto che la testimonianza del colonnello ha aperto una sorta di pozzo nero che è difficile prevedere dove porterà. L'ufficiale ha già avuto modo di offrire il proprio punto di vista nel corso di udienze pubbliche che, comunque, rappresentano soltanto una parte di quanto, invece, di strano sarebbe avvenuto attorno alla collaborazione di Luigi Ilardo e alle stesse indagini condotte da Riccio, sia mentre stava alla Dia, sia dopo, quando transitò nel Reparto operazione speciali dei carabinieri. Proprio su tali stranezze, il carabiniere (estromesso dall'Arma e poi riammesso) sembra disposto a fornire molte delucidazioni, ovviamente dalla sua ottica. La storia con Ilardo, invece, è da lui ritenuta la vera causa di tutte le successive disavventure. Ed è già eufemismo definire disavventure ciò che è capitato: Luigi Ilardo assassinato a Catania pochi giorni prima che riuscisse ad ufficializzare la propria collaborazione - anzi quando era già stata decisa la sua entrata nel programma di protezione - e la messa sott'accusa di Michele Riccio (che verrà arrestato) per una vecchia storia di Genova, quando investigava, sempre con l'utilizzazione degli infiltrati, sul traffico di stupefacenti. Porta davvero male, indagare sulle «cose siciliane».
Ma la morte violenta di Ilardo e la temporanea immobilizzazione di Riccio, non sono bastate a fermare l'onda lunga delle preziose informazioni che l'infiltrato fornì all'ufficiale, in presa diretta (senza cioè avere il tempo di metabolizzarle ed eventualmente orientarle) e per più di due anni. I carabinieri hanno in qualche modo recuperato quel patrimonio condensandolo in un «rapportone» denominato Grande Oriente. La stesura è stata affidata al colonnello Mario Obinu, uno degli ufficiali più attrezzati sulle «cose siciliane», che ha utilizzato il materiale raccolto dal collega nel frattempo «scivolato» sull'incidente giudiziario di Genova. Un lavoro che oggi occupa gli scaffali di numerose Procure e sembra suscettibile di ulteriori sviluppi. Le cose raccontate da Ilardo, infatti, hanno trovato ospitalità in altri processi e, in qualche occasione, hanno dato vita ad inchieste nuove e concluse con qualche condanna. A Palermo, Catania e Caltanissetta (territorio sul quale spaziava la spia) sono nati i procedimenti cosiddetti del Grande Oriente. Ma le propaggini si sono estese fino a Firenze, dove l'istruttoria sulle stragi del '93 si è arricchita di notizie fornite da Ilardo nel '94 e nel '95 (specialmente per l'aspetto della «motivazione politica» della scelta stragista di Totò Riina e Leoluca Bagarella). Un filone scivoloso, quello della «politica di Cosa nostra» che ha già portato alle prime polemiche per la decisione dei pm del processo Dell'Utri di chiedere l'acquisizione delle dichiarazioni del colonnello Riccio su una presunta riunione nello studio del prof. Carlo Taormina, un tempo difensore dell'ufficiale, nel tentativo - così sostiene Riccio - di alleggerire la posizione processuale del forzista. Nessuno dei nomi dei politici, secondo Ilardo compromessi con la mafia, tuttavia è stato iscritto nel registro degli indagati. Si erano conosciuti nel 1993, Riccio e Ilardo. Il mafioso era rinchiuso nel carcere di Lecce, quando - nel settembre di quell'anno - fece sapere a Gianni De Gennaro, allora direttore della Dia, di essere disposto a collaborare perché non condivideva la scelta stragista di Cosa nostra. Gigino non era l'ultimo arrivato, essendo figlio di un uomo d'onore che aveva avuto, in passato, la ventura di essere coinvolto in un processo per certe truffe nelle forniture militari (muli per le truppe da montagna), insieme con esponenti delle alte gerarchie dell'Arma. De Gennaro «consegna» Ilardo a Riccio, allora ufficiale della Dia. Nel gennaio del'94 il mafioso ottiene spiegabilmente la scarcerazione per motivi di salute e comincia l'avventura con Riccio, fatta di incontri notturni negli autogrill di Catania (spesso a Gelso Bianco), appuntamenti furtivi in campagna, nei casolari. E quando va a trovarlo nella sua azienda, è Riccio a falsificare la propria identità. La sua affidabilità, Ilardo la costruisce offrendo alcuni «colpi» e così fa arrestare: Vincenzo Aiello, sostituto di Nitto Santapaola; Mimmo Vaccaro, capomafia di Campofranco; Lucio Tusa, tramite di Provenzano a Caltanissetta e il «reggente» di Agrigento, Totò Fragapane. La spia batte la Sicilia in lungo e in largo, avvicina vecchi amici e si aggiorna sullo stato della mafia. Dice a Riccio che c'è malcontento, in Cosa nostra, contro Riina e Bagarella, ritenuti capi che hanno cunsumato tutti con la storia delle bombe. Racconta l'incredibile sapienza di Provenzano nella gestione degli appalti e della propria latitanza, svela il sistema della comunicazione: i famosi biglietti, i pizzini, recapitati attraverso una complicatissima rete di postini e di insospettabili «uffici postali» fatti di bar, ovili, auto lasciate al posteggio. Consente a Riccio di installare microspie ovunque e gli dà la prova che è in contatto con Provenzano esibendo i pizzini coi quali il capo impartiva disposizioni sulla risoluzione di problemi legati alla conduzione degli appalti. Contemporaneamente fa una ricostruzione della storia di Cosa nostra a Catania, Caltanissetta e Agrigento, quella «provincia» della quale ben poco si è sempre saputo. Elenca nomi e cognomi di investigatori collusi, svela l'identità di mafiosi «occulti» perché ben inseriti nella società civile e a cavallo tra mafia e massoneria. Parla di armi provenienti dalla Francia e tenute dalla mafia calabrese per conto dei «catanesi», riferisce di aver accompagnato un massone lungo un giro che procura alla mafia una quantità di «plastico color verde acqua» sottratto all'arsenale della base militare di Augusta. E, sempre in argomento di massoneria, comunica a Riccio il nome di tal Luigi Savona che si dava da fare all'epoca del sequestro Moro e di certo Gianni Chisena, ucciso nel carcere di Fossombrone, che andava in giro con tesserini plastificati targati «Ministero dell'Interno». Insomma, un quadro niente male della simpatica consorteria etnea. E chiede, Ilardo. Annusa, si informa per riferire in tempo reale a Riccio. Intercetta Provenzano quando stava a Bagheria, ne ricostruisce la rete protettiva. Dai suoi interlocutori apprende gli umori del popolo di Cosa Nostra, viene a conoscenza che Riina «intratteneva rapporti riservati con investigatori». E' testimone diretto della «rottura» tra Binnu e un Giovanni Brusca scalpitante a allora più vicino alle posizioni irriducibili di Bagarella. Già nel 1994 comunica a Riccio che i mafiosi tenteranno la via della dissociazione. Anticipa tutta la tematica di oggi, venuta fuori solo da qualche settimana con la protesta dei detenuti del 41 bis e col famigerato proclama di Bagarella. Dice a Riccio che i mafiosi si aspettano grandi benefici, che puntano all'amnistia per i reati sotto i cinque anni e all'indulto per quelli sotto i tre. Alla fine del 1994 svela che, attraverso l'ignaro coinvolgimento di alcuni sacerdoti e cappellani delle carceri, Cosa nostra sta diffondendo il «consiglio» di fare ricorso alla strategia della dissociazione. Tutto come sta avvenendo oggi, insomma. E nello stesso tempo offre l'identità dei favoreggiatori di Provenzano: medici, dentisti, notai, imprenditori. Ma il «capolavoro» di Gigino è datato 31 ottobre 1995, giorno in cui Ilardo ottiene l'appuntamento con Binnu. Dice a Riccio: «Lo prendiamo». Ma l'ufficiale non ottiene il via dal comando. Gli «specialisti» del Ros, inviati da Roma, non trovano la trazzera (la strada bianca) che porta alle case di Mezzojuso. Riccio allora prende Gigino, gli mette un cappuccio in testa per non sputtanarlo nel territorio che sarà teatro dell'operazione e rifà la strada per una nuova mappa. Insomma, Ilardo alla fine sta otto ore con Provenzano, senza che i carabinieri riescano ad intervenire. Raccontando tutto in aula, Riccio dirà: «Non me lo hanno fatto prendere». Rampogna corredata da frecciatine velenose contro l'allora generale Mori che, ora, sorride e sibila: «Tutti sanno che l'avversione di Riccio nei miei confronti è storia vecchia». Come a dire che le «rivelazioni» dello «007» potrebbero anche essere motivate da mai sopite ruggini e gelosie di mestiere.
Come finirà? Difficile dirlo, anche se l'inchiesta della Procura di Palermo, affidata al pm Nino Di Matteo, non sembra limitarsi soltanto alla mancata cattura di Provenzano ma abbraccia praticamente tutto quanto Riccio era riuscito a sapere da Ilardo. I misteri di Riccio, il mistero dell'assassinio di Gigino, ucciso quando stava per diventare ufficialmente pentito. Il 2 maggio 1996 la spia incontra i procuratori di Palermo e Caltanissetta ai quali anticipa le cose che ha da dire, ma per «motivi di tempo» non viene redatto il verbale. Si decidono i termini della collaborazione e viene dato a Riccio l'incarico di preparare una sorta di «summa» di quel che ilardo sa. Appuntamento al giorno 15 per formalizzare. Il 10 settembre Gigino viene fatto fuori a Catania, nel suo quartiere. Tradimento, o fisiologica vendetta di Cosa nostra che, nel frattempo, ne aveva scoperto il doppiogioco?
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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