A Palermo, in via Carini, il 3 settembre 1982 la mafia uccideva, con la moglie Emanuela Setti Carraro e l´autista Domenico Russo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un "singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali" (così Giorgio Bocca nella storica intervista che il Generale rilasciò a Repubblica il 10 agosto, forse nel presentimento di quel che sarebbe accaduto pochi giorni dopo). Un protagonista di primo piano della nostra storia più recente, che - dopo aver contributo in maniera decisiva alla sconfitta del terrorismo brigatista (non senza diventare, per ciò stesso, vittima di gelosie e rancori anche all´interno della burocrazia statale) - aveva accettato con entusiasmo l´incarico ancor più esposto e pericoloso di Prefetto di Palermo, con la prospettiva che gli venissero concessi poteri di coordinamento nella lotta contro la mafia. Un eroe moderno, cui il nostro Paese - anche vent´anni dopo la sua scomparsa - dev´essere profondamente grato. E senza sconti a retoriche celebrative.
Grato innanzitutto per il coraggio dimostrato. Dalla Chiesa sapeva bene che insieme alla mafia avrebbe avuto contro quell´ambiente politico che nella sua capacità e determinazione vedeva una minaccia alla propria impunità. Conosceva le insidie e l´ostilità che quest´ambiente andava organizzando contro di lui, ora in maniera perfino ufficiale, più spesso in modo subdolo e insidioso. Ma sapeva anche che "ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per poter continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli" (così nella testimonianza che il figlio Nando offre nel libro "Delitto imperfetto – Il Generale, la mafia, la società italiana", Milano 1984). Andare a Palermo fu dunque una straordinaria lezione di coraggio, un coraggio che il Generale aveva cercato di infondere anche agli altri fin dal suo arrivo in Sicilia. Coi fatti, non con le prediche. Puntando a sconfiggere la paura sulla quale prosperano la mafia e l´omertà anche dando personalmente l´esempio con la rinunzia a scorte e sirene. A rischio concreto della vita, ma con scelta consapevole di eccezionale generosità e coerenza. Una scelta che certamente non riusciranno a capire, oggi, coloro (e sono purtroppo tanti) che preferiscono regolarsi secondo il proprio interesse particolare o con opportunistica disponibilità al compromesso. Ma che appunto per questo va ricordata con la gratitudine dovuta a chi, sacrificando se stesso, ha testimoniato un insegnamento decisivo in ogni tempo.
Il nostro Paese deve essere riconoscente al generale Dalla Chiesa anche per il modo in cui interpretò il suo ruolo di prefetto antimafia in relazione alla società civile. Egli era convinto che se i problemi posti dalla mafia sono vissuti dalla gente come problemi di "guardie e ladri", da osservare stando a rispettosa distanza e vinca chi può, senza lasciarsi coinvolgere più di tanto, chi ci guadagna è la mafia. A rimetterci sono i cittadini. Perciò, forte anche dell´esperienza maturata sul versante dell´antiterrorismo, decide che "come nella lotta al terrorismo dobbiamo fare in modo che i piranhas della mafia – quei pesci che spolpano un essere umano in pochi secondi – restino senza acqua. Dobbiamo fare in modo che boccheggino. E che la gente sia calamitata dalla credibilità dello Stato". Conseguentemente impiega buona parte dei suoi cento giorni a Palermo per andare nelle scuole, tra gli operai dei cantieri navali e le famiglie di tossicodipendenti, "per far capire ai giovani che lo Stato è lì a offrirsi loro come punto di riferimento nelle loro aspirazioni di libertà. Crea, insomma, un´antitesi concreta al potere mafioso… Lui, Stato, spiega loro che la mafia li sfrutta e gli toglie dignità e che è ora che essi vi si ribellino…Orienta le coscienze, parla alla gente, aggiunge alle qualità investigative un potenziale inedito: 'fa´ cultura, fa 'politica´ nel senso più nobile" (le frasi tra virgolette sono tratte dal libro di Nando Dalla Chiesa sopra citato). Anche in questo caso, ecco un insegnamento di speciale attualità: se è vero che oggi si intensificano i tentativi di "ingessare" la società civile, dimenticando che il suo coinvolgimento (nelle forme previste e tutelate dall´ordinamento democratico) è sempre indispensabile per evitare l´isolamento o peggio possibili derive delle istituzioni.
C´è ancora un´altra ragione di gratitudine nei confronti di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il suo mandato a Palermo iniziò coi funerali di Pio La Torre, che era stato tra i più convinti sostenitori della designazione del Generale come prefetto di Palermo. Segretario regionale del partito comunista, come parlamentare La Torre aveva presentato un disegno di legge che prevedeva l´introduzione nel nostro ordinamento del delitto di "associazione mafiosa" e di misure specificamente mirate a colpire il potere economico della mafia. Ebbene, l´assassinio di Dalla Chiesa fu la spinta decisiva (anche se la più tragica) perché questo disegno diventasse effettivamente legge dello Stato. La disperazione e lo sconforto che si diffusero in tutta l´Italia dopo l´omicidio La Torre e più ancora dopo la morte di Dalla Chiesa si trasformarono presto in irrefrenabile indignazione e rabbia (emblematica, al riguardo, la scritta "Qui muore la speranza di ogni cittadino onesto" tracciata su di cartello posto in via Carini). Svegliandosi da un torpore durato decenni, per la prima volta il nostro Paese riconobbe l´esistenza della mafia, inserendo nel codice penale un articolo bis (il 416 bis) che cancellava finalmente la vergogna di tanti interessati proclami secondo cui la mafia era soltanto un´invenzione di comunisti in vena di provocazioni. Per la prima volta nella nostra storia veniva messo a disposizione degli inquirenti uno strumento efficace, pensato con riferimento alla concreta realtà della mafia, grazie al quale il pool di Falcone e Borsellino poté costruire il capolavoro investigativo-giudiziario del maxiprocesso, dimostrazione tangibile che la mafia esisteva e poteva essere sconfitta. Per la prima volta nella nostra storia energia e solerzia prevalevano su quell´atteggiamento di lassismo (lo storico e giurista Gaetano Mosca l´aveva chiamato, un secolo fa, "fiaccona") che ha potentemente contribuito al consolidarsi ed espandersi del potere mafioso. Un altro risultato da ricollegare al sacrificio del generale Dalla Chiesa.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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