L´ipocondria sociale vive un suo (ennesimo) attimo di gloria: è stata identificata e battezzata la "sindrome del rientro". Giornali e telegiornali, in queste circostanze, si fanno essi stessi sintomo, inoculando allarmi e definendo ansie. Funzionerebbe così: che uno, abbandonando l´isola greca e rientrando a Primavalle, non è contento di farlo.
Sfuggiva, alle generazioni passate, la percezione che questo normale malumore potesse essere una sindrome.
Che la pila di bollette ancora da pagare, la segreteria telefonica zeppa di scocciature, il frigo vuoto, la prospettiva di tornare in ufficio potessero essere promosse a vera e propria malattia.
Per la verità, gli esperti mobilitati dai media articolano con qualche difficoltà l´eziologia del caso: proprio ieri uno psicologo, al tg2, informava che "affrontare da un giorno all´altro una situazione del tutto nuova può generare stress". Chi l´avrebbe mai detto. E altri esperti - di traffico, di sudorazione, d´ergonomia, di gestione applicata delle medie cilindrate - ci hanno ben spiegato che è meglio diluire questo terribile trauma (tornare a casa) fermandosi spesso a fare pipì e prendendosela con comodo, magari inserendo lungo l´itinerario visitine di monumenti e sereni spuntini in autogrill. Nonché giochini mnemonici con i bambini per "prepararsi al rientro a scuola" (sic!).
Insomma, massicce dosi di Vbs (vieto buon senso) spacciate per terapie: perché questo è il punto, che la sola spiegazione logica di questa ospedalizzazione della vita quotidiana, e dell´ipocondria di massa, è la sua sfruttabilità terapeutica. Trasformare la mobilità in morbilità predispone, è chiaro, a una prossima ventura "pillola del rientro", magari un volgare ansiolitico però con istruzioni specifiche per specifici isterici da ingorgo. E mano a mano che ogni piega della vita, ogni indolenzimento psichico, ogni solitudine e ogni scoramento diverranno, previo convegno medico e lancio giornalistico, "sindromi", e l´esistenza intera avrà i crismi della lungodegenza, allora fioccheranno le cure, e ingrasserà l´industria (chimica e parachimica) del salutismo coatto.
Perché è chiaro che alla base di questo smisurato "volersi bene" c´è il doppio male di un´insicurezza fonda (di una paura fottuta, a volte) e del conseguente pannicello caldo che improvvisamente ci urge, specie se ad ogni angolo di strada e su ogni video acceso appare un guaritore, magari perfino diplomato, che ben conosce le nostre sfighe, e ci ficca il dito sopra.
Sono tecniche di marketing ormai alla portata, anche, dei praticoni da spiaggia, che conoscono bene i loro polli. In quanto pollo, per esempio, ho malauguratamente ceduto alla tentazione di un massaggio shatsu propostomi, su una spiaggia ligure, da una enorme cinese per qualche euro. Un minuto prima stavo benissimo, un minuto dopo, a causa della dilaniante pressione delle sue ditone, gemevo dal dolore. E lei, geniale: "Tuo dolore era nascosto. Per fortuna, io scoperto".
È pronta per intervenire, in qualità d´esperta, al prossimo tg. Definire nuovi dolori o addirittura procurarli per mantenerci succubi dell´industria dell´insania: ci provano in tanti, ci riescono tutti.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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