Abituati a sentir parlare le patrie tivù dei miracoli di padre Pio come di oggettivi fatti di cronaca o delle santificazioni papali come di eventi più eccitanti del festival di Sanremo e perfino di miss Italia (è per questo che i canali della Rai fanno a gara per seguirle in diretta), i vertici della chiesa cattolica italiana hanno giustamente creduto di trovarsi in un incubo, in una specie di assurdo mondo alla rovescia, quando la giuria del festival di Venezia ha deciso (all'unanimità, per giunta) di assegnare il Leone d'oro di quest'anno a un film blasfemo. The Magdalen Sisters di Peter Mullan è infatti un film che parla male della Chiesa cattolica, raccontando uno dei suoi molti crimini (e neppure dei maggiori) consumato nei conventi irlandesi del secolo scorso. Ragazze "peccatrici", cioè colpevoli di aver violato i tabù della morale sessuale all'epoca corrente (i favolosi anni Sessanta, che forse in Irlanda non sono stati poi così favolosi), venivano rinchiuse in conventi lager e qui redente con dovizia di tecniche di mortificazione del corpo e dello spirito. E' abbastanza inevitabile che le suore che compaiono in questo documentario-fiction non siano il massimo della simpatia e che possano apparire a occhi prevenuti e maligni anche un tantino sadiche. Ma proprio questo, secondo autorevoli fonti cattoliche, avrebbe dovuto allarmare i giurati veneziani e convincerli a bocciare senza appello il film. Il fatto che al contrario The Magdalene Sisters sia stato premiato con tutti gli onori è dunque la prova lampante che la decisione è frutto di un complotto anticristiano.
La radio vaticana, commentando l'accaduto, ha trovato "evidente conferma" di un'Italia "ancora una volta rancorosa verso i cattolici", sorvolando sul trascurabile particolare che gran parte dei giurati veniva dall'estero. L'Osservatore Romano aveva precedentemente definito il film "una provocazione rabbiosa e rancorosa" e numerosi altri portavoce della cattolicità che non porge l'altra guancia, da monsignor Tonini a Baget Bozzo, sono insorti sulle ali dello loro indignazione dimostrando che il livore non è affatto una specialità esclusiva dei miscredenti. Bene ha fatto perciò il deputato leghista Federico Bricolo a chiedere il ritiro dei finanziamenti pubblici alla mostra del cinema, perché quando si arriva, come dice lui, "a dipingere come lager i conventi che offrivano una chance di recupero a ragazze in difficoltà" vuol dire che la misura è proprio colma.
Ma dove crediamo di essere? Nella Francia libertina in cui un certo Diderot fustigava i costumi delle monache, per non parlare delle calunnie su frati e suore scritte dal marchese De Sade nei suoi romanzi? Sbagliato, siamo nell'Italia del 2002, paese dei miracoli e casa delle libertà, ed è uno scandalo (spiegano alcuni cattolici implicitamente ed altri esplicitamente) che con il governo che ci ritroviamo si sia dovuto assistere a un'apoteosi anticlericale in chiusura di festival. Perfino il buon Manzoni, in questo liberale paese, avrebbe oggi i suoi grattacapi, visto che anche lui dava credito alla favola secondo la quale tra le mura dei conventi può succedere di tutto.
A quanto pare certi cattolici hanno un'opinione della politica italiana addirittura peggiore di quella che è la realtà e, quanto a stile, avrebbero molto da imparare da certi dirigenti del fu Pci che hanno recitato negli ultimi anni interi rosari di mea culpa per errori storici sicuramente meno protratti e sanguinari di quelli commessi dalla chiesa in duemila anni di onorata esistenza. Le reazioni da crociata di questi giorni gettano una luce davvero inquietante sulle scuse per i misfatti del passato ripetute più volte dal Vaticano.
Ma la chiesa, diceva Pasolini senza aver mai neppure conosciuto Berlusconi, ha fatto un patto con il diavolo alleandosi con la modernità capitalistica. E' ovvio che adesso si aspetti almeno di riscuoterne i dividendi. Anche (perché no) a Venezia.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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