Chissà, forse è stato soltanto un caso che la lunga rotta della "Sara" e del suo improbabile equipaggio di "marittimi" affetti da mal di mare sia finita nelle acque siciliane. Sarà stata certamente accidentale la scelta del comandante Sorin, "capitano coraggioso", di simulare la necessità di attracco proprio quando si cominciavano a scorgere le coste dell´Isola. Eppure riesce difficile immaginare che tutto quanto accaduto all´alba di ieri davanti al mare di Gela abbia poco a che fare con l´allerta massima che da tempo tiene in apprensione i nostri servizi di sicurezza, sempre più convinti che, se c´è una scelta logistica "italiana" del terrorismo internazionale, questa trova ospitalità certamente nel territorio del Sud.
La tradizionale vocazione ai traffici più disparati, i nuovi confini della criminalità dedita al commercio degli esseri umani, le contiguità "sudiste" con le etnie del Nord Africa, la vecchia alleanza dei pescatori siciliani e magrebini, le già consolidate esperienze di integrazione delle contrade trapanesi ed agrigentine, tutto ciò viene considerato dagli analisti non trascurabile fenomeno da tenere sotto osservazione. Palermo, i suoi commerci e l´ormai quotidiana attività "bilingue" che ruota attorno agli antichi quartieri di Ballarò, della stazione centrale e dell´Albergheria; Palermo con le sue locande ormai riservate a tunisini e marocchini, con la via Roma popolata da nigeriane in minigonna, con le case di via d´Ossuna o della Kalsa occupate solo da gente di colore; Agrigento e le moschee, Trapani, Mazara del Vallo e la sua flotta metà sicula e metà tunisina, la raccolta dei pomodori nel Ragusano, i lavoratori stagionali delle serre di Vittoria, gli sbarchi dei clandestini da Lampedusa a Pantelleria: nelle pieghe di questa realtà nuova, dicono gli investigatori, bisogna guardare per esercitare una buona opera di prevenzione. Nessuno nega più che l´Italia abbia conseguito, nella strategia del terrore dei gruppi islamici, un ruolo quasi di passaggio obbligato. E non è casuale che molte procure siciliane, dopo l´11 settembre, si siano attrezzate, istituendo gli uffici distrettuali antiterrorismo. Non è difficile, perciò, immaginare cosa possa muoversi dietro l´apparente normalità di ogni giorno. Prendiamo Palermo. Ospita un via vai notevole di clandestini provenienti in massima parte da Marocco, Tunisia, Egitto e, di recente, anche asiatici. E´ risaputo che, su questo business, è stato impiantato un discreto traffico di documenti falsi, posti di lavoro precari e un mercato immobiliare sotterraneo e poco legale. Un service a cui attinge la rete protettiva che gestisce i lavoratori clandestini. Solo quelli?
Questi dubbi, ancora irrisolti, sono al centro di indagini. La moschea di Palermo risulta frequentata da un numero notevole di persone la cui identità non è certa per via della scarsa collaborazione di alcune autorità africane. Eppure non pochi cittadini stranieri riescono ad esercitare il commercio, con discrete movimentazioni bancarie attualmente sotto osservazione. Controlli e perquisizioni devono fare i conti con la proverbiale furbizia araba: spesso i discorsi carpiti dalle microspie restituiscono parole che tradiscono la consapevolezza di essere stati "intercettati" e posti sotto monitoraggio. Eppure la comunità non tradisce turbamenti: tutti continuano a fare la solita vita, senza apparenti contraccolpi. Qualche segnale inquietante è agli atti. Come il ritrovamento, nei luoghi di culto e nei centri culturali, di materiale di propaganda della Jihad: documenti, scritti, videocassette di indottrinamento e di divulgazione di "soldati" addestrati in Afghanistan, tanto da far pensare ad uno stretto contatto con la "cellula" milanese, ormai riconosciuta come il centro da cui si dipartono "inviati" con lo scopo di aggregare figli del Corano. Esistono addirittura veri e propri "predicatori" che vanno in giro per far proseliti. Il legame con Milano è chiaro. E forse anche con altro, se è vero che persino a Francoforte è stata trovata una traccia che porta in Sicilia: un biglietto aereo Monaco-Palermo proveniente dal covo che potrebbe avere avuto un ruolo addirittura nella preparazione della strage delle Twin Towers.
Anche ad Agrigento si è trovato un filo con Milano. E´ un "convertito", il famigerato ex estremista di destra Domenico Quaranta accusato dell´attentato al Tempio della Concordia e alla Metropolitana lombarda. Quaranta dice di aver "ricevuto la luce" mentre si trovava in carcere per espiare una piccola condanna. Fatto sta che, una volta libero, lo ritroviamo addirittura responsabile della moschea di Favara. Un luogo tenuto d´occhio, anche se non sempre con grande perizia, come dimostra la storia delle telecamere "scoperte" perché collocate da poliziotti che si erano scordati di togliersi le scarpe, lasciando così evidenti tracce che hanno condotto gli indagati fino al teleobiettivo che avrebbe dovuto spiarli. Ecco, la sensazione è che dal Nord si dipani una rete lunga fino all´estremità dello Stivale e che la parte terminale sia stata prescelta come territorio per svernare e procurare il necessario alla quotidiana sopravvivenza dei signori della Jihad. Ma ciò che tiene più in apprensione gli investigatori non sembra essere l´"esercito" vero e proprio.
Più sfuggente è il mondo di quelli che non stanno né dentro né fuori: in sostanza il cosiddetto "terrorista fai da te", cioè quello che per agire non aspetta neppure l'input dei dirigenti della Jihad, ma risponde soltanto al proprio fanatismo. In un primo momento Domenico Quaranta - che è uno dei numerosi siciliani convertiti all´Islam (i frequentatori della moschea di Favara sono addirittura raddoppiati) - era stata ritenuto uno di questi, ma poi gli investigatori hanno dovuto prendere atto dell´esistenza di troppi indizi che propendono per un collegamento con la cellula milanese di Al Qaeda. E le ricerche si sono nuovamente spostate in via Jenner, a Milano. In Sicilia rimane l´occhio fisso sul via vai dei clandestini. Pensano, i servizi di sicurezza, che se è vero che stanno tornando i combattenti della "Brigata 55" di Osama, sconfitti ma non rassegnati, molti si serviranno delle rotte dei "nuovi schiavi".
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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