"Che ci posso fare, ogni tanto mi scappa la kappa". Piera, sedici anni, di Bari, secondo liceo linguistico, lo ammette tranquillamente: "Succede anche nei compiti in classe: mi viene la k al posto del ch oppure la x al posto del per e la prof mi sclera (mi fulmina, n.d.r.)". Il fenomeno è ormai noto: i cosiddetti "messaggini" o sms (termine entrato nello Zingarelli) utilizzano una lingua cifrata colma di abbreviazioni e di formule alfanumeriche che sostituiscono la scrittura canonica. Nei casi più semplici, si preferisce "ki" a "chi", "perké" o "xké" a "perché", "x" a "per" e "cmq" a "comunque". Nei casi più arditi, "ho tanta fame" diventa "80 fame" e "se dici una bugia" diventa "16 1 bugia". Un codice vero e proprio nato dall'esigenza di essere veloci e soprattutto di risparmiare spazio, visto che le battute concesse dal cellulare per un singolo messaggio non superano le 160 unità (spazi compresi), con la possibilità, nei telefoni di ultima generazione, di raddoppiare o triplicare con messaggi concatenati.
Il fatto nuovo è che alla lunga tutti questi segni alternativi rischiano di entrare nei testi scritti. E così il "fattore k" trionfa. Finché si tratta di testi privati (appunti e note di diario), non siamo lontani dalla vecchia stenografia e in fondo non c'è nulla di male. Ma ormai l'abitudine arriva a contaminare i testi "ufficiali", come i temi scolastici e i compiti in classe. Con conseguenze imprevedibili. Come l’uso, appunto, della k che, da semplice sostituto del ch (kiave), comincia a invadere kose e kase, l'amiko e l'amika.
Una tendenza che i linguisti giudicano non effimera, perché "potrebbe finalmente - dice Michele Cortelazzo, professore di linguistica italiana all'Università di Padova - risolvere un equivoco storico della lingua italiana: la discrasia tra grafia e fonetica". Detto altrimenti: mentre la c rimane davanti a vocali cosiddette palatali come "e" e "i",(cielo, cervello, eccetera), negli altri casi si va diffondendo la k (dunque, non più solo kiave, ma anche kredo, kuore, kavolo, eccetera). "Una rivoluzione dal basso", la chiama Cortelazzo, "perché per una volta non è una regola imposta dall'Accademia della Crusca, ma si tratta di una scelta funzionale decisa dai parlanti stessi". Dunque, tra dieci anni scriveremo tutti "skerzo"? "Non mi meraviglierei", è la risposta dell'esperto, "anche per il fatto che la k gode di un indubbio prestigio internazionale". E anche di illustri precedenti, se è vero che il primo testo nella no stra lingua, il celebre Placito di Capua (del 960), era un trionfo di k: "Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene...". Insomma, niente a che vedere con l’uso contestativo inaugurato negli anni Settanta da Costa Gavras con il film L'Amerikano e trasferito in Italia nei vari Kossiga extraparlamentari. Tutt'al più qualcosa di esotico, ma perfettamente legittimo sul piano dell'economia linguistica. "Eh sì - continua la studentessa Piera -, io quando scrivo una lettera a un'amica o al mio fidanzato ormai uso anke per anche e il 6 al posto del verbo, però poi in classe ho qualche problema e devo concentrarmi il doppio per non confondermi...".
In un istituto professionale del Tiburtino di Roma, la prof di italiano, G.N., è sfiduciata: "Spesso devo cerchiare i vari +, -, x e persino =, e ricordare che, mi dispiace, ma un tema non è un compito di matematica. A volte poi sono talmente abituati a usare quei segni che faticano a capire perché li correggi. Non riescono a distinguere tra le licenze possibili in un testo privato e le esigenze di un testo scolastico. Ormai l'italiano è una cenerentola: l'altro giorno una allieva mi ha confessato che non sa scrivere in corsivo ma solo in stampatello...".
Nella cintura milanese, le cose non cambiano molto. B.P., che insegna italiano in un istituto tecnico di Bollate, fa notare che l'uso di abbreviazioni e di segni alfanumerici precede la moda degli sms: "Da anni mi tocca intervenire per far capire ai miei studenti che la lingua scritta ha le sue regole, più rigide che nel parlato. Ormai, è chiaro che con i telefonini il fenomeno delle abbreviazioni e dei segni si è diffuso e si è fatto anche più complesso e più creativo". Mescolare è il verbo dei teenager: mescolare segni, numeri, lettere dell'alfabeto, interi set di faccine che significano tristezza o allegria messi a disposizione dagli ultimi cellulari e immediatamente pronti all'uso. Senza togliere spazio alla creatività: perché mescolanza significa anche conta minazione linguistica. Così, accanto all'autoctono "bacio", i giovani dispongono di un repertorio cosmopolita: "kiss", "smack", "beso".
Basta sfogliare i diari di ragazzi e ragazze che si scambiano dediche più o meno poetiche, più o meno satiriche, vergate con il gusto dell’infrazione, della creatività da graffito, della sintesi da ideogramma e della mescolanza, appunto. Un repertorio variegato che però fa a pugni con le prescrizioni della normatività scolastica. Ma, a differenza dei prof della Tiburtina e di Bollate, c’è chi riesce ad arginare il tutto senza troppi affanni. M.M., che insegna italiano al liceo scientifico di Mortara (Pavia), si sofferma sul "boom" della k: "Ricordo che già quattro anni fa, in una terza, mi capitò di dove r correggere un anke e un perké. All'inizio non capivo da dove venissero, poi guardando i diari e gli appunti mi sono resa conto che la scrittura privata ne è piena. Persino le minute dei compiti in classe, dove le abbreviazioni sono frequentissime e dove si fa spesso ricorso ai +, ai - e ai x, all'1 per l’articolo indeterminativo e al 6 al posto del verbo". E non è tutto: tendono a scomparire le vocali, non solo nei monosillabi (dunque una semplice m sta per il pronome personale mi e nn sta per non), ma pure in congiunzioni tipo "quando" (qd) e in avverbi tipo "comunque" (cmq). "Anche gli allievi molto bravi - continua M.M. - mi dicono che scrivendo in bella copia devono esercitare un forte autocontrollo per evitare la k o la x. Questo significa che sono consapevoli delle differenze tra scrittura privata e scrittura ufficiale. Dunque nei compiti in classe non mi succede spesso di vedere le x o le k". Non succede spesso neanche nella classe di Costantino, una seconda media del centr o di Milano. "Amiko con la k? Lo scrivono solo alcuni per fare gli stupidi, ma cmq è usato un sacco negli appunti o nei diari, come gli esclamativi, i punti di domanda e i puntini di sospensione, tantissimi, sempre". Ma, come si verifica sempre per l e rivoluzioni che si rispettino, è già in atto una controtendenza per reazione, affidata agli studenti più secchioni: "Mia figlia - ricorda Cortelazzo - mi ha detto che un suo compagno, al liceo classico di Padova, l’ha rimproverata perché in un messaggio ha usato la k. La resistenza della c a questo punto può diventare un segno che serve a distinguersi dalla massa".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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