Viviamo in un mondo molto complesso, pieno di differenze, a molti livelli e piani. Per questa ragione, per rispondere alla domanda se il mondo di oggi è diverso da quello precedente all´11 settembre, occorre prima definire il punto di partenza della nostra analisi della realtà. Io parto dalla prospettiva del reporter, sono un testimone dei conflitti e delle trasformazioni culturali che si possono osservare viaggiando per il mondo.
Se supponiamo che la realtà che ci circonda possa essere rappresentata da una piramide, vedremo che nella sua parte più bassa, dove sta il livello che attiene ai rapporti tra gli esseri umani, quello della vita quotidiana, niente o poco è cambiato. La storia ci conferma che le grandi crisi hanno già fustigato l´umanità in passato, permettendole di dimostrare la sua straordinaria resistenza.
Dove sì si sono verificati dei cambiamenti importanti è nei livelli superiori della nostra piramide. In primo luogo, gli avvenimenti dell´11 settembre dimostrano che la distanza di per sé non basta più a garantire la sicurezza. Scopriamo con orrore che la distanza non ci mette più in salvo. Oggi possiamo essere bianchi e tutti vittime degli attacchi terroristici, ovunque nel mondo.
In secondo luogo, l´11 settembre ha dimostrato che non ci sono più santuari nel mondo. E non si tratta soltanto del fatto che tutti possono essere attaccati da tutti, che ogni paese può attaccare un altro paese. Questo pericolo esisteva già molto prima. La novità dell´11 settembre consiste nell´aver dimostrato che esistono nel mondo delle forze che non rappresentano gli interessi di uno Stato determinato, ma che costituiscono, tuttavia, un enorme pericolo anche per i più potenti.
Fino ad oggi, il pensiero strategico era stato fondato sul presupposto che le guerre si combattessero tra Stati. Oggi è cambiata l´immagine del nemico: non veste più una uniforme precisa, cosa che rende più difficile la sua identificazione, e, inoltre, può cagionare danni enormi pur senza possedere carri armati o cannoni. È molto difficile combattere un nemico impossibile da inquadrare e che ha dei piani impossibili da conoscere.

Prima, quando con uno Stato si avevano buoni rapporti, si poteva avere la quasi certezza che esso non avrebbe costituito un pericolo per noi. Oggi si possono avere ottimi rapporti politici, economici e culturali con un paese ed essere vittime di un attacco lanciato dal suo territorio. Ciò è dovuto al fatto che sono comparse delle forze che non si sottomettono ad alcun centro di potere, che non rappresentano gli interessi di Stati concreti, ma che sono in condizione di approfittare del territorio o dell´infrastruttura di un paese per attaccare un altro. Questa situazione ci conferma che stimo assistendo oramai alla globalizzazione del male, organizzazioni che agiscono al di fuori delle strutture degli Stati nazionali. E questo processo non riguarda soltanto il terrorismo. Tocca anche il narcotraffico, la compravendita delle armi e altri traffici.
Un terzo cambiamento generato dall´11 settembre è il rafforzamento dell´idea di Stato, qualcosa di paradossale, visto che il terrorismo persegue sempre il suo indebolimento. La globalizzazione neoliberale ha anch´essa indebolito molto il ruolo dello Stato, perché ha favorito le multinazionali, il flusso illimitato dei capitali e la creazione di mercati finanziari mondiali. In conseguenza, lo Stato è rimasto in buona misura emarginato. Eppure, l´11 settembre ha dimostrato che nel mondo contemporaneo, le società possono sentirsi sicure e protette soltanto all´interno degli Stati.
Dopo l´11 settembre - e questo è un altro cambiamento importante - la globalizzazione è vista in maniera diversa. Finora era prevalsa l´opinione che fosse una benedizione per l´umanità, qualcosa che ci avrebbe aiutato a risolvere tutti i problemi. Nel frattempo, ci siamo trovati di fronte, a sorpresa, le altre e molto diverse facce della globalizzazione, che è un processo pieno di contraddizioni interne, che può dar luogo a fenomeni negativi.
Gli avvenimenti dell´11 settembre ci costringono a vedere il mondo con più serenità ed equanimità. Avrebbero potuto essere persino il punto di partenza per un´analisi seria e profonda della situazione del mondo. Purtroppo, l´unica cosa che si è saputa fare è stata una risposta militare ai terroristi. Ci siamo lasciati ingannare da certi politici che sostengono che se non fosse per il terrorismo, vivremmo nel migliore dei mondi. Ma la verità è, come ha detto un opinionista americano, che "il crollo delle Torri Gemelle ha rappresentato la fine della vacanze che ci eravamo presi dalla storia".
Credo che il terrorismo, sia quello individuale, sia quello che hanno praticato e che praticano diverse organizzazioni, non sia mai stato una minaccia per il mondo. Qualcosa di ben diverso è il terrorismo di Stato che hanno praticato e che praticano i regimi totalitari. Il problema che ora bisogna affrontare è la dimensione globale del terrorismo. Questa è una novità, perché prima d´ora è stato sempre praticato da organizzazioni marginali.
Sono stato negli Stati Uniti prima dell´11 settembre. Sono atterrato all´aeroporto Kennedy di New York, dove dovevo prendere una coincidenza per Washington. Per mezz´ora ho cercato il gate dove mi dovevo imbarcare. Ho percorso l´aeroporto da un estremo all´altro e ho avuto l´impressione che se avessi avuto delle cattive intenzioni, avrei potuto fare qualunque cosa, perché nessuno si era interessato a me. Prima di arrivare negli Stati Uniti avevo fatto quasi il giro del mondo e ovunque avevano controllato il mio bagaglio, ma non a New York.
Negli Stati Uniti, tutti sanno che la grande efficacia del sistema nordamericano si fonda sulla libertà che esso garantisce. Ogni limitazione a questa libertà - per esempio, un controllo severo delle persone e delle merci alla frontiera -, sarebbe un freno allo sviluppo. Quante navi, tra le migliaia e migliaia che attraccano nei porti degli Stati Uniti possono essere controllate? Solo una piccola percentuale, perché se volessimo controllarle tutte in maniera minuziosa, provocheremmo la paralisi dell´economia. Ogni limitazione alla libertà e alla democrazia produce effetti molto negativi sul funzionamento del capitalismo. Il terrorismo potrebbe essere sradicato completamente in ventiquattro ore, ma a condizione di insediare un regime totalitario, e questo non siamo disposti a farlo, perché sappiamo che distruggeremmo la società civile e la democrazia.
Il conflitto tra la libertà e l´efficacia dei sistemi statali è, oggi come oggi, il problema più importante non soltanto per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. Questo è, a mio avviso, una delle sfide più serie che si pongono per l´umanità nel secolo XXI. Occorre definire le proporzioni ottimali tra la sicurezza da un lato, e la libertà e il benessere dall´altro, vale a dire, risolvere un problema che non è ancora stato posto con tutta la chiarezza che merita. Nel secolo XIX e agli inizi del secolo XX, la libertà e la democrazia non erano in pericolo. Oggi lo sono, perché la globalizzazione conduce a due fenomeni sommamente pericolosi. Il primo è la privatizzazione della violenza. La democrazia e il capitalismo si sono sviluppati in tempi in cui l´applicazione della violenza era monopolizzata dallo Stato: la violenza aveva uniformi, armi e distintivi. Oggi chiunque può possedere un´arma e ci sono centinaia, migliaia di eserciti privati.
In passato, si parlava di un mondo diviso tra Nord e Sud e poi di uno diviso tra ricchi e poveri. Non molto tempo fa il mondo è stato descritto con la frase "The west and the rest" (L´Occidente e gli altri). Oggi la parola West è sostituita dal termine America: "America and the rest".
E si osserva una crescente emarginazione delle organizzazioni internazionali. Prova di ciò è che l´Onu non svolge più l´importante ruolo svolto nel passato. Ha perso autorità persino il Consiglio di Sicurezza, che si occupa di approvare risoluzioni a cui nessuno adempie. In questa situazione non può stupire che negli Stati Uniti ci sia consenso sul fatto che spetti loro comportarsi da sceriffo che impone l´ordine. In ragione di ciò, la discussione non si svolge attorno alla questione se si debba o no svolgere questo ruolo, ma a come farlo.
Per conoscere quale strada gli Stati Uniti sceglieranno alla fine, occorre analizzare ciò che dicono i suoi dirigenti. A quanto pare, hanno piena fiducia nella potenza del proprio paese e delle sue forze armate, con le quali nessuno può concorrere. Sono convinti che soltanto gli Stati Uniti siano i grado di portare a termine qualsivoglia operazione militare, in qualsiasi momento ed in ogni angolo del pianeta. Questo sentimento di forza illimitata che anima i dirigenti americani non si accompagna sempre con la necessaria conoscenza del mondo e dei suoi complessi processi. Questa è la ragione per cui coloro che stanno preparando la guerra contro l´Iraq sono certi che sarà un grande successo. I militari statunitensi appaiono più obiettivi. Sono stati i loro analisti a prevedere negli anni Novanta il diffondersi dei conflitti. Sono stati gli esperti del Pentagono a indicare che lo scontro tra popoli ricchi e poveri, così come l´assenza di prospettive, avrebbero accumulato strati profondi di frustrazione, di rabbia e di aggressione che si sarebbero potuti trasformare in fonti di agitazione molto difficili da controllare.
Ma non si devono perdere le speranze. In primo luogo, l´uomo è dotato di un forte istinto di autoconservazione e, in secondo luogo, le società, in generale, solitamente rifiutano le soluzioni estremistiche, radicali e scelgono la strada della prudenza e della moderazione. Gli estremisti possono raccogliere sostegno, ma soltanto in ambito locale e per poco tempo. Quando gli uomini arrivano in un posto dove fino a poco prima si è combattuto, dove ancora sono visibili le tracce dello scontro, la prima cosa che fanno è ripulire il terreno, ristabilire l´ordine. Gli uomini, in genere gli anziani, perché i giovani sono morti nella battaglia, rimuovono le macerie, sigillano con il cartone le finestre senza vetri e accendono il fuoco. Le donne, intanto, passano la scopa e cucinano. Tutti insieme ristabiliscono la normalità e questa è la grande forza dell´umanità.

copyright El País, 2002
traduzione di Guiomar Parada

Ryszard Kapuściński

Ryszard Kapuściński

Ryszard Kapuściński è nato a Pinsk, in Polonia orientale, oggi Bielorussia, nel 1932, ed è morto a Varsavia nel 2007. Dopo gli studi a Varsavia ha lavorato fino al 1981 come corrispondente estero dell’agenzia di stampa polacca PAP. Dei suoi numerosi libri-reportage Feltrinelli ha pubblicato: Il Negus. Splendori e miserie di un autocrate (1983, 2003), Imperium (1994), Lapidarium. In viaggio tra i frammenti della storia (1997), Ebano (2000), Shah-in-shah (2001), La prima guerra del football e altre guerre di poveri (2002), In viaggio con Erodoto (2005, premio Elsa Morante sezione “Culture d’Europa”; "Audiolibri - Emons Feltrinelli", 2011), Autoritratto di un reporter (2006), L’altro (2007), Ancora un giorno (2008), Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo (2009), Giungla polacca (2009), Cristo con il fucile in spalla (2011), Se tutta l’Africa (2012) e Stelle nere (2015). Nella collana di e-book Zoom Feltrinelli ha pubblicato Con gli alberi contro (2013). Nel corso della sua lunga carriera ha avuto numerosi riconoscimenti tra cui, nel 2003, il premio Grinzane per la Lettura e il premio Principe de Asturias. L’Università degli studi di Udine gli ha conferito la laurea honoris causa in traduzione e mediazione culturale nel 2006.

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