Anche se il dipartimento della difesa statunitense sembra finalmente riconoscere i suoi fallimenti nello sforzo di ricostruzione dell’Afghanistan, nel paese centroasiatico crescono i timori che la guerra del presidente George W. Bush contro l’Iraq possa compromettere seriamente gli ulteriori tentativi dell’alleanza occidentale di stabilizzare la situazione afgana.
È aumentato il potere militare dei signori della guerra e c’è una nuova ondata di antiamericanismo tra le tribù pashtun nell’est e nel sud dell’Afghanistan, che si sentono abbandonate dal governo di Kabul e dalle forze statunitensi.

L’isolamento di Karzai
Il successo della guerra afgana guidata dagli Stati Uniti non dipende tanto dalla cattura dei membri di al Qaeda quanto dal garantire che la crescente crisi politica non provochi la fine del governo Karzai. Dallo scorso dicembre l’amministrazione Bush si è concentrata soprattutto nella sua guerra militare e d’intelligence contro al Qaeda anziché su una strategia economica e politica che contribuisse a stabilizzare il fragile governo e avviare la ricostruzione.
Karzai non è stato capace di estendere l’autorità di Kabul in tutto il paese né di trovare una formula politica per tenere a freno i signori della guerra. Il suo lavoro non è stato intralciato solo dalle continue tensioni etniche e tribali, ma anche dalla totale incapacità della comunità internazionale nel tener fede ai due impegni chiave assunti a dicembre. Il primo era mobilitare una Forza internazionale per l’assistenza alla sicurezza (Isaf), per assicurare la stabilità a Kabul e in altre cinque città. Ancor più pericolosa è stata l’incapacità di far arrivare i fondi per la ricostruzione. Fondamentalmente Washington ha congelato lo stato di cose seguito alla conferenza di Bonn, a dicembre, da cui era uscito il governo provvisorio guidato da Karzai. E anche se a giugno la loya jirga, o grande consiglio tribale, ha dato a Karzai un mandato biennale, gli Stati Uniti hanno fatto poco per rafforzare il governo centrale.
Washington ha cominciato a contribuire alla costruzione di un nuovo esercito nazionale, ma ci vorranno anni perché il progetto venga realizzato. Tanto più che questo sforzo è messo a rischio dalla politica americana di continuare a finanziare i signori della guerra. Anche se la maggioranza dei 1.500 delegati della loya jirga ha duramente criticato i capi guerriglieri, il Pentagono li ha ribattezzati "leader regionali", dandogli una legittimità che gli stessi afgani sono restii a riconoscergli. Alla fine di agosto il Pentagono è sembrato finalmente recepire il messaggio.
"Sono sempre più convinto che si debba puntare ad addestrare l’esercito nazionale afgano, sostenere l’Isaf e gli sforzi di ricostruzione: quel genere di iniziative che contribuiscono alla stabilità a lungo termine", mi ha detto in un’intervista il vicesegretario alla difesa Paul Wolfowitz.

Mancanza di fondi
Per la prima volta i funzionari statunitensi sembrano seriamente preoccupati dalla mancanza di fondi. "La mia più grande preoccupazione è che gli aiuti economici promessi alla conferenza di Tokyo, che ritengo cruciali non solo per fini economici ma anche politici e di sicurezza, non arrivino nella misura promessa", ha detto Wolfowitz.
La conferenza di Tokyo, a gennaio, si era conclusa con l’impegno di fornire 4,5 miliardi di dollari per la ricostruzione, di cui 1,8 quest’anno. "È arrivato solo il 30 per cento dei soldi promessi per quest’anno", ha detto Wolfowitz. Secondo il vicesegretario alla difesa, adesso gli Stati Uniti non si opporrebbero a estendere le operazioni dell’Isaf oltre Kabul e inciterebbero gli europei a intensificare la consegna degli aiuti. Tuttavia l’apparente marcia indietro del Pentagono fornisce solo una soluzione di compromesso: vorrebbe che l’Isaf ampliasse le operazioni ma chiede che se ne facciano carico gli altri; Washington ha di fatto escluso di usare le truppe americane come peacekeeper.
La Casa Bianca vorrebbe anche che gli alleati fornissero più soldi per la ricostruzione: a settembre alcuni funzionari statunitensi, tra cui il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, hanno criticato duramente gli europei per la loro lentezza nel fornire fondi. Tuttavia lo stesso contributo di Washington è stato la metà di quello dell’Unione europea. Quest’anno gli Stati Uniti hanno finora fornito 300 milioni di dollari, quasi tutti già spesi.
Intanto Washington spende circa un miliardo di dollari al mese nello sforzo bellico afgano, un fatto che è stato fortemente criticato dal rappresentante speciale dell’Onu per l’Afghanistan, Lakhdar Brahimi, dall’inviato dell’Unione europea a Kabul, Francesc Vendrell, e da Karzai.
Dato il ruolo guida degli Stati Uniti nella guerra e l’unilateralismo dell’amministrazione Bush, è improbabile che altri paesi rispondano a una qualsiasi delle iniziative se Washington non darà l’esempio. "Se vogliono che altri paesi si facciano avanti, gli Stati Uniti devono essere in grado di garantire sia una maggiore sicurezza attraverso un proprio contributo all’Isaf sia fondi per la ricostruzione", dice un ambasciatore europeo a Kabul.

I razzi di al Qaeda
La guerra contro il terrorismo ha mostrato grandi successi a settembre con lo smantellamento delle cellule di al Qaeda e gli arresti su vasta scala a Karachi, Singapore e Buffalo. Ma la regione afgano-pachistana è la chiave di volta per assicurare che al Qaeda non riemerga come una forza militare sotto una nuova maschera islamista o nazionalista. In ogni altra parte del mondo al Qaeda opera nella clandestinità e in segreto; in Afghanistan, invece, spara razzi contro le truppe americane in pieno giorno.
Nella cintura pashtun le forze estremiste riemergono stringendosi intorno a Gulbuddin Hekmatyar. Di etnia pashtun, signore della guerra ed ex primo ministro afgano, oggi Hekmatyar è una delle maggiori minacce alla stabilità dell’Afghanistan. Secondo funzionari afgani e diplomatici occidentali a Kabul, ci sono chiare prove che Hekmatyar – che durante la guerra civile all’inizio degli anni novanta uccise migliaia di civili in un vano tentativo di conquistare la città – abbia unito le forze con i resti di al Qaeda e dei taliban per destabilizzare il giovane governo di Karzai.
I pashtun, il gruppo etnico maggioritario, hanno seri motivi di risentimento verso il governo. A causa del sostegno che molti di loro hanno fornito ai taliban, si sentono vittime sia degli americani sia dei tagichi dell’Alleanza del nord, che dominano l’esercito, la polizia e l’apparato dei servizi a Kabul. Molti pashtun ritengono che Karzai, per quanto appartenente alla loro stessa etnia, sia ostaggio del potere e delle politiche di tagichi e americani. I civili pashtun sono stati le vittime dei raid aerei statunitensi e il governo centrale non ha avviato un solo progetto di ricostruzione nella cintura pashtun.
Si ritiene che Hekmatyar abbia stretto contatti con diversi signori della guerra scontenti, tra cui Abdul Rasul Sayyaf, principale sostenitore afgano dell’islam wahhabita, l’ex presidente Burhanuddin Rabbani, un tempo capo dell’Alleanza del nord, e Ismail Khan, governatore di Herat, nell’ovest del paese. Karzai è troppo debole per prendere provvedimenti contro uno qualsiasi di loro.
È significativo che all’inizio degli anni ottanta questi leader, e lo stesso Hekmatyar, appartenevano ai Fratelli musulmani, precursori degli odierni e più estremi movimenti islamici. Hekmatyar cerca oggi di ravvivare quei collegamenti e l’ideologia della Fratellanza, aspramente antioccidentale e antidemocratica. Nelle sue parole, "tutti i veri afgani musulmani che vogliono un governo islamico nel loro paese devono sapere che questo sarà possibile solo quando gli Stati Uniti e i soldati alleati saranno stati cacciati".

Accuse di genocidio
Hekmatyar cerca anche di alimentare il nazionalismo pashtun. Nelle registrazioni inviate ai giornalisti accusa gli Stati Uniti e il governo di Kabul di aver cominciato "un genocidio dei pashtun". In Pakistan ha un’ampia rete di sostenitori, tra cui ufficiali in pensione dell’Inter-Services Intelligence (Isi), i servizi segreti di Islamabad. Dopo l’invasione sovietica del 1979 l’Isi sostenne con decisione Hekmatyar, finché nel 1995 non fu scaricato a favore dei taliban.
Chiaramente la recente promessa di Bush che Stati Uniti, Arabia Saudita e Giappone forniranno 180 milioni di dollari per ricostruire la fondamentale strada Kabul-Kandahar-Herat, che attraversa la cintura pashtun, riflette la consapevolezza di Washington della rivolta nel sud del paese. Le strade sono certamente importanti, ma il bisogno impellente è che gli Stati Uniti dimostrino di volere ristabilire un governo centrale con istituzioni, risorse economiche e una forza militare e politica capace di restituire agli afgani un senso di appartenenza nazionale e uno stato funzionante. Solo così al Qaeda e i suoi alleati potranno essere davvero privati di quella che è stata la loro base.

Traduzione di Nazzareno Mataldi
Ahmed Rashid

Ahmed Rashid

Ahmed Rashid (1948) è stato corrispondente per la “Far Eastern Economic Review”, attualmente scrive per “Daily Telegraph”, “International Herald Tribune”, “The New York Review of Books”, “Bbc Online”, “The Nation”. Suoi articoli in italiano appaiono su “Internazionale”. Compare regolarmente su canali internazionali di informazione come Cnn e Bbc. Segue i conflitti in Afghanistan da prima dell’invasione sovietica del 1979 ed è stato per lungo tempo l’unico giornalista accreditato nell’area. Feltrinelli ha pubblicato Talebani. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia centrale (2001, 2010), Nel cuore dell’Islam. Geopolitica e movimenti estremisti in Asia centrale (2002), Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo (2008, premio Terzani 2009) e Pericolo Pakistan (2013).

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