Nella nerissima scena del delitto di Leno irrompe un adulto, un maschio di trentacinque anni, sposato, un figlio. E noi adulti che facciamo e leggiamo i giornali quasi speriamo che la sua presenza ci aiuti a capire meglio, a strutturare il male secondo le nostre cognizioni: è un nostro simile, forse le sue parole e i suoi atti, per quanto terribili, ci suoneranno meno alieni e misteriosi di quelli della tribù dei ragazzini. Anche i magistrati, finora alle prese con l´intraducibile afasia del branco, magari si saranno illusi di avere trovato, insieme a un correo, anche un interprete.
Ma no, così pare non essere. L´uomo grande viveva e parlava come gli uomini piccoli, lungo la stessa strada, tirando la stessa vita cincischiata, condividendo gli stessi desideri rudimentali. L´assenza di racconto è simile, i messaggini che l´adulto infliggeva alla ragazza compitavano gli impulsi sessuali con la stessa miserabile pochezza ("bona! belle tette! ti scopo!"), e ciò che trapela dagli interrogatori (dei piccoli, del grande) lascia intendere che i silenzi, le omissioni, tutto il non detto, non discendono tanto dall´antica paura di parlare di ogni interrogato, quanto da un inedito e inquietante handicap logico, e linguistico, che rende la verbalizzazione un problema insormontabile.
(Anche l´altra sera, seguendo in tv il precarissimo racconto di due o tre giovani dipendenti della ditta-setta Tucker, quella dei tubi-truffa, mi rendevo conto che non riuscivano, proprio non riuscivano a raccontare quello che era successo. E avevo appena letto l´articolo di Marco Lodoli, su queste colonne, a proposito del buco psichico e culturale che sta lentamente inghiottendo, in molti dei più giovani, il logos: cioè il racconto di loro stessi).
In particolare nelle vicende sessuali, questa morte della parola pesa, e pesa enormemente. La smania manesca e predatoria dei maschi è sempre esistita, ma se uno straccio di discorso amoroso non ne indirizza almeno in parte l´empito, non ne civilizza gli scopi, tutto non può che peggiorare. La parola è ciò che trasforma il sesso in rapporto, che lo promuove a scambio di emozioni, perfino quando voglia essere puro scambio di piacere. Nella vicenda di Leno, l´eros è presente con qualche decenza solo nel diario ingenuo ma pensieroso della vittima innocente, altrove è appena una serie di graffiti, di battutacce, di manate, infine di violenza e di coltellate. E´ un eros inarticolato, grugnito in gruppo, impossibile da raccontare, dopo, perché non era stato mai raccontato prima da protagonisti senza domande e senza risposte, rassegnati (o educati) a vivere di pulsioni e di voglie impossibili da dipanare.
Le parole srotolano, lentamente, quel gomitolo che siamo, sciolgono i grumi foschi della nostra psiche. Sempre più spesso psichiatri e criminologhi hanno di fronte una così povera materia verbale, da avere difficoltà a risolvere il loro fatidico rebus giudiziario: è capace d´intendere e di volere? È un povero demente o un lucido criminale? Difficile, nella pur turbolenta normalità del branco di Leno, intuire quando si è spalancata la soglia che porta dal desiderio sessuale al sequestro famelico di una ragazzina inerme, e al suo successivo martirio. Difficile perché, guardando a ritroso, seguendo le tracce del branco, si trovano quasi solo graffiti e grugniti, "bona", "belle tette", e nessuno snodo, nessun capitolo che illumini la trama. Un paese benestante come tanti, laborioso come tanti, ignorante come tanti, muto come tanti, capace di intendere e di volere giusto nel campo faticoso e risicato del decoro formale, le solite villette, le solite aiuole, i soliti motorini. Scenario già inteso, e amaramente descritto, almeno da Pietro Maso in poi. Paesi azzittiti, comunità che hanno perduto il bandolo del loro discorso.
E quando cercano di ritrovarlo, non si sa se sia lo sgomento per il sangue o la desuetudine alla parola a impedire che il racconto riparta, finalmente, e provi a ridare significato al dolore, all´amore e alla morte.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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