Ha avuto molti motivi per lacrimare, in questi giorni, il proverbiale coccodrillo dell'ipocrisia e delle occasioni perdute. Il terremoto in Molise ha costretto a ragionare su come si costruisce e come si controlla un territorio che la natura ha reso insicuro ma che la "civilizzazione" ha messo ancor più a repentaglio, insieme con la vita di chi lo abita. Nel Nordest questa riflessione si è anche nutrita della memoria del 4 novembre 1966 e della grande alluvione che in tutto il vasto territorio tra le Alpi e l'Adriatico in quel lontano scorcio d'autunno rivelò le conseguenze devastanti di un modello di sviluppo già allora squilibrato e sconsiderato. Presentando un rapporto sullo stato delle cose oggi, 36 anni dopo, Antonio Rusconi, dell'Autorità di Bacino competente, ha detto che gli allarmi lanciati all'indomani di quei drammatici giorni sono stati del tutto disattesi e che, per rimettere a posto le cose, occorrerebbero 10 o 15 anni di lavoro e l'equivalente di qualche miliardo di euro di investimento. E, ovviamente, una drastica svolta sul piano della tutela ambientale e territoriale. Nelle scorse settimane, un gruppo di industriali veneti, insieme con tecnici e politici della Regione, ha visitato alcune regioni francesi e tedesche. Tra l'altro, per vedere come avessero risolto il rapporto tra ambiente e sviluppo. Tornati, hanno rilasciato dichiarazioni ammirate: che intelligente separazione tra attività produttive e residenza! Tra agricoltura e industria! Tra iper-super-mega centri commerciali e tutto il resto! E via promesse di tenerne conto in futuro ecc. Peccato che costoro siano i diretti e organici prosecutori del ceto sociale e politico che ha ridotto il territorio di tutto il Nordest all'ammasso di strutture e infrastrutture, consumato fino nelle viscere, inquinato nell'aria e nell'acqua che essi stessi ammettono (quando vanno all'estero). E peccato anche che non ci sia fatto o decisione concreta che tengano conto di questa situazione. La stessa discussione sul Passante di Mestre e su ogni altra infrastruttura prescinde totalmente dal problema, e così gran parte delle scelte di pianificazione industriale o urbana.
Il Sole 24 Ore, che dovrebbe essere un buon interprete degli umori di questo ceto, ha scritto spesso in questi giorni che c'è bisogno di uno "sguardo più lungo" nel dirigere lo sviluppo. In realtà, nel suo insieme la classe politico-imprenditoriale del Nordest continua a non guardare più in là del naso del proprio interesse. Anche quando va lontano da casa, quando va a investire all'estero. Proprio il supplemento "Nordest" del quotidiano confindustriale ha riassunto i dati di un'indagine sulle delocalizzazioni dell'impresa del Nordest. Un'impresa che privilegia i vantaggi immediati, soprattutto nell'Est europeo, investendovi quasi solo per risparmiare sul costo del lavoro e, c'è da giurarci, per avere ancor meno vincoli ambientali allo sviluppo. Insomma, la vecchia ricetta già applicata, con gli esiti che tutti possiamo osservare e senza un barlume d'autocritica, al Nordest italiano. Sguardo corto, ancora e sempre; e, difronte agli scempi occhi pieni di lacrime di coccodrillo.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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