Arrivano i soccorsi, ma non c´è concitazione, nessuno chiama, nessuno protesta, tutti aspettano in silenzio che passi. Sulla serranda della pizzeria "Al Lido" c´è scritto: "Siamo spiacenti di comunicare alla gentile clientela che il nostro locale è chiuso per esondazione".
Non è un fiume, è una laguna. L´acqua non rugge da monte; sale impercettibile da valle. Tutto alla rovescia. E´ l´alta marea con lo scirocco che cento chilometri più a Sud tappa il Livenza. Ed è il Livenza che, riempiendosi, blocca il Cellina-Meduna al ponte di Tremeacque. Ma il Cellina-Meduna, a sua volta, impedisce il deflusso del piccolo Noncello, il fiume di Pordenone. Un corso d´acqua regolare, purissimo e verde di risorgiva, che non fa mai pazzie, ma che stavolta è salito di 17 metri in cinque ore, come una casa di cinque piani. Sparendo completamente in questo paesaggio lacustre, quasi palafitticolo, che verso Villanova e Vallenoncello inonda la pianura fino a Prata, confluenza col Meduna.
Anche il cielo è alla rovescia. Nubi monsoniche, scirocco africano, vapori, zanzare, termometro a 21 gradi. Sopra gli elicotteri della protezione civile, gli "F 16" della base Nato di Aviano bucano il muro del suono preparandosi all´Iraq. Niente neve in montagna, formazioni di anatre selvatiche puntano verso Nord, come a inverno finito. Sugli argini di fiumi, tre giorni fa, son sbucate le primule. E sulle immense ghiaie allagate del Meduna son fiorite le acacie, senza più foglie sui rami, quasi un incesto fra autunno e primavera. Renzo Franzin, il miglior conoscitore del Piave, ricorda che fu così anche nel '66. "La notte di novembre in cui il fiume ruppe a Sant´Andrea di Barbarano, dormivamo in canottiera". Il caldo fa paura. La gente dice: ci manca solo il terremoto.
Il gommone viaggia verso la tangenziale, passa sopra la segnaletica che indica Venezia e Portogruaro, urta un semaforo sommerso, sfiora il manifesto murale del Circo di Praga e il cartello dell´Associazione alpini. La chiesa della Santissima è sotto di almeno due metri, sulla facciata in mattoni rossi vedi il livello della piena del '66, appena un metro più su. Sull´acqua ferma viaggiano mezzi anfibi, cassonetti di immondizie, anatroccoli, bolle di gasolio, topi morti, libretti di circolazione di una concessionaria di automobili. Anche migliaia di trote, scappate verso morte sicura dagli allevamenti di Palse di Porcia, a due passi dalla fabbrica di frigoriferi Zanussi. Ogni tanto un pesce salta debolmente sulla superficie. Sotto, un paesaggio invisibile di centinaia di auto abbandonate, aiuole, segnaletica stradale. Tutto è successo troppo in fretta nella notte fra martedì e mercoledì. Un´intera rivendita di macchine usate si fatta mettere sotto.
Vai al centro prima accoglienza e trovi solo l´assessore ai servizi sociali Gianni Zanolin che passeggia fra brande vuote. E la gente dov´è? "No la xe la zente". I vigili hanno intimato lo sgombero, ma nessuno si è mosso. Incredibile Pordenone. Niente sfollati. Dieci famiglie appena, di cui cinque di extracomunitari. Tutti gli altri barricati in casa o in azienda, a salvare allevamenti di polli, a spostare mobili ai piani alti, a difendere i servizi di porcellana. Hanno passato una notte da bestie, piedi a bagnomaria, blackout, telefoni saltati, acqua interrotta, niente Tv, notizie zero. Ma niente da fare, i pordenonesi non mollano, si arrangiano. Ti dicono: "La televisione? Fa niente. Oggi basta guardare dalla finestra". Il roccioso sindaco Sergio Bolzonello passa in gommone sotto le loro finestre, chiede cosa serve, ma loro non chiedono niente. Al massimo un bidone di acqua fresca, o di tranquillizzare i parenti. "Sono orgoglioso di questa compostezza" gongola il primo cittadino, e gronda sudore dentro la giaccavento giallo elettrico con salvagente arancione.
"Per decenni ci si è illusi che le dighe a monte potessero riparare dalle alluvioni periodiche", racconta Zanolin. "Ci si è creduti al riparo, e si è costruito ovunque, anche sotto riva. Zone industriali, condominii, perfino discariche". Risultato: deflussi bloccati, microidraulica in tilt. E intanto le dighe a monte si riempivano di ghiaia, perdendo la loro capacità di assorbimento. Così, oggi basta la metà dell´acqua del '66 per fare gli stessi disastri. Come se non bastasse, il letto dei fiumi è ingombro di detriti, l´acqua viaggia molto più alta di prima, ha generato fiumi pensili. Alla fine salta tutto, la corrente semplicemente si riprende quello che le è stato tolto. Solo che non succede ogni trent´anni. Succede sempre.
Ha piovuto da pazzi, quasi mezzo metro in cinque giorni. Eppure in quell´acqua non c´è niente di eccezionale, ti dice l´architetto paesaggista Giulio Ferretti. "Pordenone città d´acqua": lo scrivono anche i depliant. Basta guardare: l´acqua ha sommerso solo case moderne, quelle storiche sono salve, costruite su solidi terrapieni, alti come isolotti. Anche la ferrovia viaggia tranquilla, su massicciate quattro metri sopra l´acqua. L´hanno fatta gli austriaci, anche loro sapevano che questa è terra di esondazioni. Poi si è persa la memoria, e negli anni del sacco d´Italia l´amnesia ha fatto il gioco degli speculatori. La storia è sempre la stessa. Prima furono i terreni agricoli diventati residenziali o industriali. Poi fu il terremoto, che azzerò ogni altra emergenza. Infine fu il boom del Nordest, quando fermare un capannone divenne una bestemmia.
Ma furono, anche, le omissioni. "Nel '96 - racconta Lugino Zin, ex responsabile della diga di Malvisio - si decise al massimo livello cosa bisognava fare per evitare catastrofi nel Pordenonese: costruire nuovi serbatoi, aprire nuove casse di espansione, allontanare gli argini, costruire canali scolmatori. I soldi erano pronti per cominciare, ma non si è fatto nulla". Colpa di Roma ladrona? No, dei Comuni e dei Servizi dighe, che si opposero, per i loro piccoli interessi edilizi. Oggi, quest´alluvione è un monumento all´anarchia del Bel Paese. Con gli enti locali che cementificano le sponde dei fiumi ignorando alla grande i consigli dei Consorzi di bonifica. Ordinarie storie di federalismo all´italiana.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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