Un’esplosione, le fiamme e un odore acre, come di plastica bruciata. Poi le sirene dell’allarme che cominciano a suonare e i vigili urbani che setacciano le strade con i megafoni in mano: «Chiudete tutte le finestre, non uscite di casa». E’ cominciata così la notte più lunga di Mestre, con il cielo sopra il Petrolchimico di Marghera illuminato a giorno per l’incendio in una fabbrica di sostanze tossiche e un’aria appestata, pesante, che fino a tarda notte si è temuto potesse essere stata avvelenata dalle peci clorurate, scarto di lavorazione, fuoruscite dal serbatoio esploso. Cinque feriti: quattro sono operai del Petrolchimico che hanno inalato il veleno, la quinta è una donna finita al Pronto soccorso per un principio di intossicazione. Tutti gli operai tranne uno restano nell’infermeria della fabbrica: nessuno sarebbe in gravi condizioni. Il bilancio lo dà il sindaco di Venezia Paolo Costa, quando alle 22 esce dalla fabbrica, si toglie la maschera antigas e si passa una mano sulla fronte sudata: «L’incendio è spento, l’allarme è rientrato». Ma ci vorrà tempo per capire cosa è davvero successo ieri in quella bomba ad orologeria che è il Petrolchimico di Marghera, in una serata calda e quasi stellata. Acido cloridrico e diossina: secondo gli esperti ci sarebbero anche queste sostanze nella nube tossica. L’incendio è scoppiato poco dopo le 19,30 nello stabilimento della Dow Chemical, multinazionale americana che produce TDI, toluen di isocianato, tossico se inalato e irritante se viene a contatto con gli occhi e con la pelle: è la multinazionale che l’anno scorso si era comprata uno dei pezzi dell’Enichem. L’esplosione, poi le fiamme: tanto alte che un aereo in volo ha allertato la torre di controllo. «Ha preso fuoco tutto, è un inferno». Il prosindaco di Venezia, Gianfranco Bettin, è a una centinaio di metri. Una casualità: in macchina, sta andando a presentare il suo ultimo libro sui veleni di Marghera. Sente l’odore e gli si accappona la pelle. S’attacca al telefono e chiama Costa. «Non sappiano che sostanze vengano sprigionate. Restate chiusi in casa», è il primo ordine che parte dal sindaco e che viene amplificato in ogni strada. Poi suonano le sirene. Alle 20.03, mezz’ora dopo l’inizio dell’inferno, dal Petrolchimico parte un fax a tutte le autorità: è la procedura imposta dal protocollo per il rischio industriale. Arrivano le prime informazioni e c’è la conferma: la sostanza fuoruscita è irritante. A Roma si muove il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli. Passano i minuti, le strade di svuotano, la nuvola nera si sposta piano: questa sera non c’è vento, solo una brezza leggera che spira dalla parte di Mestre. L’incendio si è sviluppato nei serbatoi di stoccaggio di peci clorurate, scarto tossico nocivo che deve essere eliminato in inceneritori speciali. Una sostanza densa, scura. All’origine dell’esplosione ci sarebbe l’eccesso di pressione verificatosi in una colonna di distillazione nel reparto dell’azienda chiamato TD5. Arrivano le squadre dei pompieri specializzate in emergenze nucleari, biologiche e chimiche. Quando alle 22 l’incendio viene spento, partono le polemiche. Il presidente della regione Giancarlo Galan: «Sembra chiaro che il sistema industriale di Marghera sia prossimo al collasso. E’ diventato drammaticamente urgente garantire la sicurezza di chi ancora vi lavora e di chi vive nell’intera area veneziana». Fuori non c’è più nessuno. Tutti chiusi in casa. I ristoranti lì attorno allungano l’orario della cena: i clienti non se ne vogliono andare. Stanno aggrappati ai telefonini e alle prime informazioni date per radio.

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