Il centrosinistra era quasi al completo, e quasi al completo anche le istituzioni, con l´eccezione del presidente del Senato Pera. Per la maggioranza: Gianni Letta. Per il governo: i ministri Lunardi e Mazzella. Assenti presidente del Consiglio, ministro della Cultura e ministro della Pubblica Istruzione, tutti invitati. L´inaugurazione dell´Auditorium romano, al netto della retorica di circostanza, era un grande avvenimento per la cultura di questo paese, e in quanto tale è stato accolto con scarsa prontezza di riflessi (diciamo così) dalla destra di governo, e purtroppo non è una notizia. E´ ormai una prassi, della quale qualche spirito sulfureo può anche trovare il modo di compiacersi, attribuendo alla sinistra il monopolio del presenzialismo da foyer.
E poi, si capisce, con tutto quel Berio, quel Renzo Piano, quell´intellettualità progressista schierata nelle prime file, si fa presto a considerare urticante e ostile una serata come quella romana: basta non capire la differenza tra una capitale e una "città rossa", tra ciò che è di tutti e ciò che è solo di qualcuno, tra istituzioni e partiti, tra cultura e propaganda, tra arte e marketing...
Qualche segreteria distratta, qualche consigliere sospettoso deve avere suggerito ai governanti, e alla vipperia di destra più in generale, di non prestare troppa attenzione a una festa "veltroniana". Ma poiché ci sono precedenti anche assai meno sospetti (chessò: i funerali di Marcello Mastroianni) nei quali i taccuini dei cronisti erano zeppi solo di nomi di sinistra, forse, arrivati fin qui, è il caso di archiviare la famosa pratica dell´ "egemonia culturale" affidandosi alla statistica e non all´ideologia: la destra non ci va, non è il suo genere, non le interessa, e la sinistra vince per abbandono del campo da parte dell´avversario.
Questo è un problema? Oh sì che è un problema. E´ un problema intanto perché la scadente vocazione culturale della destra di governo si riflette pesantemente sulle scelte politiche (vedi una finanziaria tanto tignosa con l´Università che è riuscita a trasformare i rettori, senza eccezione alcuna, in riottosi). Poi perché impoverisce inevitabilmente il dibattito culturale. Infine, e soprattutto, perché mistifica e avvelena ogni questione riguardante le arti e la cultura, scaricando sull´invadenza della sinistra un problema che è soprattutto di insipienza della destra, se non di vera e propria diserzione.
Lo spirito censorio che galleggia sopra e sotto gli atti di questa classe dirigente discende soprattutto da un rabbioso inferiority complex. Si vogliono riscrivere i libri sgraditi (vedi le scellerate sortite sui testi scolastici) quando non si è in grado di contrapporre libri di diverso orientamento ma di uguale livello scientifico, si fa del vittimismo su cinema di sinistra, teatro di sinistra, televisione di sinistra (auditorium di sinistra?) quando non si è capaci di dare un giro di manovella o inscenare mezzo atto. C´è una piccineria di parte, in questo, che rinnova puntualmente la disparità culturale tra i due pezzi di paese, approfondisce il solco, e mortifica la funzione di un governo che non poteva e non doveva brillare per la sua assenza, l´altra sera a Roma. La retorica delle "grandi opere" inciampa clamorosamente se di fronte a una grande opera effettivamente realizzata, come l´Auditorium, ci si ritrae indispettiti, perché sono stati "gli altri" a mettere pietra su pietra e perché, per colmo della misura, l´atmosfera che aleggia attorno alla musica italiana è "di sinistra".
E d´altra parte, se abbiamo un premier milanese che non frequenta la Scala (come se un presidente americano non conoscesse il baseball), è un po´ difficile sperare che al suo entourage venga voglia di risalire la china con un po´ di umiltà o di curiosità in più. Essere colti non è obbligatorio, ci mancherebbe, ma quando si è Istituzione, e non più solo presidente del Milan o principale di Iva Zanicchi, e si governa un paese che tra le sue non molte virtù ha sicuramente quella di essere un luogo importante della cultura mondiale, magari la fatica di mettersi l´abito buono e andare a vedere cosa diavolo ha architettato Piano, e che suono produce la musica italiana, si poteva fare. Comunque, c´era Gianni Letta. Che deve avere, presso i governanti di questo paese, solidissime referenze: altrimenti non avrebbe corso il rischio, l´altra sera a Roma, di passare per un intellettuale e rovinarsi la reputazione.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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