A leggere le cronache dell'evasione, per nulla irresistibile, del serialkiller genovese Maurizio Minghella, l'ex pugile dilettante con la passione per donne e balere, vengono in mente i film di Totò, quelle storie di un'Italia ancora scalcagnata che sorrideva guardando, appunto, Guardie e ladri. Sembra incredibile, nell'era del braccialetto elettronico, dei telefonini che funzionano come perenni microspie, dei microchip capaci di rivelare - attraverso i satelliti - l'esatta posizione e i movimenti di chiunque sia stato adeguatamente "infiltrato", sembra davvero incredibile che si riesca ad evadere semplicemente chiedendo di poter andare in gabinetto. Ma così è andata e due agenti di custodia hanno concesso una maliziosa pipì senza neppure dare uno sguardo all'interno del bagno, giusto per sincerarsi che non vi fosse via di fuga alternativa alla porta principale. Cose da matti. Eppure c'è poco da ridere: qui non siamo in un film di Totò. Il signor Minghella, a dare ascolto alle dichiarazioni preoccupate del procuratore Maddalena, era un pericolo ambulante. Aveva già dell'incredibile che gli fosse stata concessa la semilibertà, dopo una condanna all'ergastolo per l'uccisione di quattro donne. Clemenza mal riposta, visto che avevano dovuto riaccusarlo di altri omicidi commessi presumibilmente tra l'uscita e il rientro in cella. All'ultimo processo non si era presentato, dimostrando una sorta di disinteresse che tradisce scarsa propensione al ravvedimento. Eppure non era considerato detenuto "ad alta sicurezza". Non può essere di grande consolazione il fatto che lo abbiano ripreso dopo poche ore. Se così non fosse stato saremmo ora alle prese con le difficoltà di dover proteggere, oltre alle possibili nuove vittime, quanti avevano testimoniato contro di lui, a cominciare dalla compagna.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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