Palermo. «Siamo anziani, non vecchi, la vecchiaia per noi deve ancora arrivare, ma come si fa a vivere con 400 euri al mese?». Euri o euro, vivere con quella cifra è quasi impossibile. Il Villaggio dell’Ospitalità si trova nel qu artiere Borgonuovo, periferia sud-ovest di Palermo. Dieci casette a due piani, grigie con imposte verdi, dieci casette disposte a semicerchio attorno alle aiuole con ficus, palme da dattero, cedri, qualche pesco e tanti pini marittimi. Una chiesa sul fondo. Dieci per otto: 80 famiglie in tutto, ma la capienza del Villaggio per il momento è quasi dimezzata, per i lavori di ristrutturazione. Eppure dal ‘52, quando l’Opera Pia Cardinale Ruffini fu fondata, le richieste non mancano, anzi. Per questo i coniugi Giovanni Balsamo e Grazia Puleo si ritengono fortunati. Artigiani, sarti per una vita nei pressi del centro, 76 e 75 anni, con la pensione che hanno non avrebbero certo potuto permettersi di continuare a pagare l’affitto nell’appartame nto «con l’affaccio sul don Bosco», in cui abitavano da anni. Ottocentomila più le spese, più o meno la pensione..., che è di 470 euro mensili. Così, hanno deciso di fare la richiesta qualche anno fa, quando la pensione non c’era del tutto e la sit uazione sembrava disperata, per essere accolti al Villaggio dell’Ospitalità. «Prima - dice l’assistente sociale Maria Librizzi -, richiedevamo un contributo ai figli, ma succedeva che i figli si tiravano indietro, quindi dall’anno scorso è caduta la compartecipazione». Gli ospiti sono per lo più ex operai disagiati che non dispongono di un’abitazione, che vivono in ambienti precari o che hanno subìto lo sfratto. Grazia Puleo non lavora in sartoria da vent’anni, da quando cioè dovette ricove rarsi per problemi al cristallino. «Le spese per le cure - dice suo marito - erano tante, quando Grazia si ammalò dovetti assisterla e chiudere per molto tempo il laboratorio, poi mi ammalai anch’io di cuore e mi rimase tutto sulle spalle, compresi i debiti». Due figli, Andrea e Francesca, 57 e 53 anni, e un totale di sei nipoti dai 4 ai 22 anni. «I nostri figli erano contrari al Villaggio, ma io nella vita non voglio dare disturbo a nessuno e qui siamo trattati benissimo, siamo liberi e non ci manca niente, grazie a Dio siamo autosufficienti». Non sarà una reggia, ma l’appartamentino ha il mobilio che ciascuno vuol portarsi da casa, un tinello e una camera, oltre alla cucina, ai servizi e alla veranda, dove in un angolo è sistemata una vecchia Singer nera, ancora lucida, sotto l’effigie di padre Pio: «Anche qua - dice Giovanni - faccio qualcosa, riparazioni per qualche vecchio cliente, per non stare in ozio, perché stare in ozio significa morire prima dei giorni». I giorni qui passano tranquilli, con i nipotini che ogni tanto invadono le due stanze, il vitto distribuito all’inizio del mese, la frutta, il pesce e la carne che arrivano una volta alla settimana, l’infermiere a disposizione, una inserviente che viene a pulire og ni otto giorni, le missionarie laiche del cardinale Ruffini che «sono affabili e rispettose», dice la signora Grazia. «Non ci manca niente, di queste strutture ce ne vorrebbe una in ogni paese d’Italia». Grazia Puleo e Giovanni Balsamo sono i più gi ovani, stasera festeggeranno una vicina che ha compiuto 95 anni e «se la vedesse sembra una ragazzina». Parlano di spensieratezza e di serenità. «Qui certo la nostra vita è cambiata, prima l’arte nostra era avere una clientela fedele, un giro di gente che ci praticava. Ora mi basta avere un angolino per le riparazioni». Il signor Giovanni guarda la sua Singer in veranda: «I primi tempi ero duro su tutto, mi sembrava di venire a rinchiudermi in prigione, invece poi ho scoperto che sono libero, ci conosciamo tutti, ogni tanto c’è la serata delle carte o il gioco delle bocce. Io sto a guardare, perché non mi piace giocare, ma è uno spasso ugualmente. Poi ci sono le riunioni in cui si discute l’organizzazione del Villaggio, i problemi, come sistemare le aiuole, il giardino eccetera». La parola chiave è: socialità in un ambiente «protetto». Ma quel che preme di più alla signora Grazia è la chiesa: «Per fortuna ce l’ho qui dentro a due passi e la mattina posso andare sempre a messa, anche se, certo, prima facevo il catechismo per i bambini, ero responsabile della Milizia immacolata e praticavo sempre la chiesa, ormai queste cose non le posso più fare». In compenso le vacanze hanno mete quasi fisse: Loreto, Santa Rita da Cascia, Assisi, San Giovanni Rotondo. «Mia moglie se non fa tragitti di chiesa non è contenta», allarga le braccia il signor Giovanni, «dimenticò il mestiere da quando si ammalò e si incanalò nella chiesa Ora il suo unico desiderio è andare a Lourdes». C’è un velo di rimprovero, ma bonario, allegro. «Grazie al Signore, la mia strada è questa», risponde sua moglie. Per lei anche il televisore è sintonizzato sulla devozione: «Ho aspettato il 10 dicembre per vedere l’Apocalisse di San Giovanni, il resto non mi interessa, mentre è accesa la Tv di solito io prego, ma devono essere trasmissioni pulite, Domenica In o film un po' antichi». A suo marito, invece, la televisione interessa, altrimenti non si spiegherebbero i due televisori, uno in veranda, l’altro in tinello. Film, telegiornali, il calcio e soprattutto le partite dell’Inter. Con i giorni di festa, sono arrivate le serate con la tombola nella sala grande del Villaggio. Suonano alla porta. E' il panettiere che consegna due mafaldine e due toscanine, come le chiama il signor Giovanni. Che apre la dispensa, per mostrare le olive sott’acqua, le melanzane sott’aceto e ogni altro ben di Dio. Ridendo e sfregandosi le mani con piacere, elenca gli ultimi menu approntati da sua moglie: bistecche alla pizzaiola, insalata d’arancia, pasta alle acciughe, caponata. «Vivere qui non è una condanna come stare in ospizio, io mi muovo perché la vecchiaia viene quando te ne stai tutto il giorno in un angolo a guardare la televisione. Io non sono abituato a star fermo, a parte i controlli in ospedale per il cuore, vado a trovare i miei figli, vado in centro città per le commissioni o per bere il caffè oppure in dolceria». Donna Grazia elenca le spese: il parrucchiere, l’abbigliamento, l’acqua, il telefono, «gli specialisti sono a carico nostro e il prelievo del sangue per mio marito ogni sei-sette giorni costa otto». Otto che? «Otto euri». La vecchiaia non è arrivata neanche per lei: «Finché posso cucinare e pregare, la vecchiaia per me non arriverà mai».
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>