Nel fiume maestoso di epitaffi su Gianni Agnelli, in mezzo all´ammirazione e all´elogio (a volte) timorato, galleggia una parola fosca e affascinante: la noia. Il re - dicono - ne era preda piuttosto facilmente. E facilmente tentava la fuga, troncando garbatamente le conversazioni inutili (o scomode da approfondire), schivando il peso di un ruolo colossale, inseguendo luoghi, passioni e hobbies disseminati per il mondo come rifugi distraenti e salvifici. E forse, ma è stato scritto solo tra le righe, evitando un´eccessiva assuefazione agli affetti personali.
Ne sortisce l´idea di un uomo intelligente e dispersivo, curioso e fuggiasco. Che subiva lo stile come una disciplina indispensabile, buona per dargli quella dirittura sociale che la responsabilità del potere esige. Ma che viveva con distrazione e forse disagio almeno alcune delle sue funzioni adulte, e dava spesso l´impressione di voler essere altrove. L´elicottero, del resto, lo aspettava nei pressi. E l´idea del potere come sorvolo, se ci pensate bene, è insieme esaltante e desolante, perché se è vero che vedi le cose (le tue cose) dall´alto, è anche vero che sei segnato da una distanza e una solitudine siderali.
Chiedersi che cosa significhi essere stato Gianni Agnelli significa chiedersi, soprattutto, che cosa significhi incarnare un potere così smisurato - e incarnarlo per giunta oggi, nell´evo democratico, vivendo da faraone nel fluido scorrimento, tutto attorno, delle facoltà e dei destini di una massa d´uomini libera e cangiante quanto mai prima.
Il potere: quando gli altri sono sempre e solo dei sottoposti, e ogni loro parola è sospettabile di essere interessata o servile. Quando il denaro è presente in quantità quasi metafisiche, e l´allegria del suo soccorso quotidiano, così nota alle persone normali, ti è ignota. Quando la disponibilità di una donna sfugge sempre al vaglio confortante della fatica di sedurla e di piacerle. Quando ogni genere di amore cessa di prodursi per scelta o per avventura, e si conforma alle necessità dinastiche o alla sottomissione al carisma del maschio Alfa. Quando un figlio è un problema di successione prima di essere una persona. Quando l´assetto familiare è una partita a scacchi così rilevante che la pena e la felicità domestica ne sono appena un oscuro corollario.
Che cosa vuol dire, allora, "noia"? Magari vuol dire chiedersi spesso (rinunciando - per forza - a rispondersi) quale vita si sarebbe vissuta, fuori dall´immane scafandro del potere. E vedere le persone circostanti come maschere, gli incontri come rituali gerarchici, i discorsi come pompa confindustriale o politica o trilaterale, e se stessi come eterne, immutabili icone. La letteratura moderna è ricca di monarchi annoiati, dal re adultero e imboscato di Guido Morselli (Divertimento 1889) al Romolo Augustolo di Durrenmatt che palpita solo per le sue galline: e per entrambi i personaggi la noia è redentrice, libera dalle lusinghe del potere e schiude almeno una porticina alla fuga. E suggerisce la tentazione, insieme pericolosa e leggera, dell´irresponsabilità.
Non è dato sapere con precisione di quale tipo di noia soffrisse (o si giovasse) Gianni Agnelli. Se avesse qualche addentellato con la depressione o la tristezza, per esempio. O fosse solo una forma estrema e difensiva di libertà dal dovere. Certo è che nel gigantesco affresco di questi giorni, monumentale e agiografico, minuzioso e in qualche caso perfino critico, il tratto della noia è forse, almeno per chi scrive, il più suggestivo. Perché lascia intendere l´incompletezza del potere, la sua misura insana, e l´irriducibilità della persona all´abito che la storia e la società le impongono. Inventata e spesa per gli operai di fabbrica, la parola alienazione non spetta forse, come una compassionevole onorificenza, anche a tanti uomini potenti che sotto la crosta dorata dell´esaltazione sentono scorrere il rivolo veridico della noia?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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