L'Arcigay di Trieste, nei giorni scorsi, ha organizzato una piccola cerimonia alla Risiera di San Sabba per commemorare le vittime omosessuali del nazismo. Era la prima volta che succedeva dal 1945 ed è stata fatta un'iniziativa "a parte" rispetto alle celebrazioni ufficiali che ricordano tutte le altre vittime dello sterminio, alle quali Arcigay ha annunciato che dall'anno prossimo chiederà di essere ammessa. Come mai non era accaduto prima? La verità è che il ricordo di questa specifica persecuzione è molto più recente di quel che non dovrebbe stando alle date storiche, ed è per giunta per lo più ricostruito a tavolino da persone nate parecchi anni dopo la guerra.
Il motivo è che la persecuzione non è terminata nel 1945. Ci sono stati deportati omosessuali tedeschi che sono passati dai lager del Terzo Reich alle galere della repubblica federale senza soluzione di continuità, in base a un articolo del codice penale (il famoso paragrafo 175) rimasto in vigore nella Germania occidentale fino al 1969. L'omosessualità negli anni `50 non era meno riprovevole che nei `30, e fu così che la ricostruzione degli alleati vittoriosi avvenne dimenticando certe vittime che, dopotutto, se l'erano meritato.
Mentre si costruiva la memoria dell'Olocausto con i filmati della liberazione dei campi e le testimonianze dei deportati, i prigionieri con il triangolo rosa che tornavano a casa decisero di stare zitti perché a tutti gli effetti rimanevano dei criminali. Continuarono a vergognarsi in silenzio.
"Senza memoria non c'è futuro", c'è scritto in una dichiarazione firmata da otto sopravvissuti omosessuali che uscirono allo scoperto per la prima volta nel cinquantenario della loro liberazione (1995), ed è appunto questo ciò che è stato negato ai gay e alle lesbiche per molti anni: il diritto a esistere nel tempo, anziché rimanere incatenati a uno stereotipo "immutabile" creato dai loro persecutori.
Fino all'inizio degli anni `70 non c'è stata una sola testimonianza individuale riguardo all'esperienza omosessuale nei campi, e anche dopo di allora ce ne sono state pochissime. Sommando i ricordi autobiografici comparsi in romanzi e saggi e un pugno di interviste filmate si arriva a poche decine, che hanno peraltro avuto una diffusione alquanto limitata. La memoria dell'ingiustizia subita dagli omosessuali rimane dunque letteralmente senza volto per la maggior parte delle persone. Sondaggi realizzati negli Usa e in Gran Bretagna qualche anno fa rivelavano che tra i due terzi e i tre quarti della popolazione non era neppure a conoscenza del fatto che i nazisti avessero perseguitato i gay. E poi, una cosa è saperlo in teoria, un'altra è vedere un vecchietto con gli occhi lucidi (come nel bellissimo documentario Paragraph 175, realizzato tre anni fa da Jeffrey Friedman e Rob Epstein) che ti dice "questo è successo a me" e ogni tanto resta muto davanti alla macchina da presa per qualche lunghissimo secondo per il dolore di ricordare.
Integrare questi pezzi di memoria in quella collettiva è un lavoro in gran parte ancora da fare, ma il fatto che negli ultimi anni le iniziative in questo senso si siano moltiplicate in molti paesi fa ben sperare. Anche in Italia, dove le persecuzioni furono meno cruente ma la memoria altrettanto difettosa che altrove, qualcosa si muove, come dimostrano diverse iniziative organizzate in questi giorni, oltre che a Trieste, a Bari e in altre città.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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