Si avverte in Sudafrica, dalla sconfitta dell´apartheid sostenuto dall´occidente, un senso d´inconfessata fratellanza con i paesi dell´America Latina e dei Carabi.
Ci unisce il grande vincolo del passato: le catene di secoli di colonialismo. Nelle nostre vene scorre lo stesso sangue africano. Ci unisce la cicatrice prodotta a livello economico. In Africa il commercio, le idee, i valori e la cultura, imposti dai poteri mondiali dominanti, sono fluiti da nord a sud e a ritroso. Sappiamo che è tempo di riconoscere la necessità di prendere come asse di riferimento naturale l´emisfero meridionale.
Quali che siano i regimi emergenti e in declino – Brasile, Venezuela – la povertà dei poveri corrisponde pandemicamente a quella dei poveri in Africa. Nel mio paese, dotato di un regime democratico in cammino, di abbondanti risorse naturali e infrastrutture e della volontà di utilizzarle, abbiamo ancora 20 milioni di persone che vivono in povertà. Abbiamo ancora il pesante protezionismo interno dei paesi ricchi a porre restrizioni al nostro commercio, all´interno di quella che ci raccontano sia la libertà globalizzata.
Quel poco che sapevo di Cuba prima del viaggio compiutovi di recente, rientrava nel contesto di un paese che emergeva dalla sconcertante schiavitù di un passato coloniale e di una dittatura – quella di Batista – come il Sudafrica emergeva da quella della minoranza bianca dell´apartheid. Ma Cuba oggi, caso unico, è soggetta da più di quarant´anni ad un blocco Usa.
Se il regime di Fidel Castro, finché è esistito il potere del comunismo sovietico, rappresentava una rampa di lancio contro gli Usa sotto il profilo militare ed ideologico, ai giorni nostri entrambe le minacce non sussistono più. Sono firmataria del documento internazionale di protesta che chiede l´abolizione del blocco da parte Usa e so che in America una parte consistente dell´opinione pubblica vuole la stessa cosa.
In Sud Africa sono membro dell´African national congress, ma non del Partito comunista sudafricano, uno dei suoi partner di governo. Non sono andata a Cuba pronta a esaltare acriticamente i successi del regime di Castro, né per unirmi all´esultanza occidentale per la mancata concessione d´importanti libertà.
I cubani sono poveri, certo. Anche gli scrittori, gli universitari e gli amministratori del settore culturale che ho frequentato sono poveri rispetto ai modesti standard degli individui attivi in campo artistico in Europa, negli Usa e persino in Sudafrica.
Nella folla all´apertura dell´Havana International Jazz Festival - bacino contro fondo schiena, fiato a fiato, solo posti in piedi - si percepiva una sensazione di calmo equilibrio. Un compagno cubano ha ironizzato: "Non siamo invidiosi di quelli che hanno trovato posto a sedere. Noi non possediamo nulla. Non dobbiamo tenere il passo con i Jones, da noi non ci sono Jones". Attaccare la borghesia è consuetudine della rivoluzione, subentrare al suo crollo è la realtà. Costruire una vita nuova e più equa può richiedere più dei 44 anni passati dagli esordi del regime di Castro. La realtà del subentrare alle rovine magniloquenti del colonial-capitalismo in circostanze economiche create da fattori del presente te la ritrovi nuda in faccia percorrendo il viale che si snoda lungo l´antico porto fortificato in direzione della città vecchia.
Ecco le carcasse vuote di una lunga facciata d´immensi palazzi che dovevano essere un tempo uffici di mercanti o sontuose residenze – ma no, non vuote. Anche dove sono rimaste in piedi solo tre pareti su uno dei piani dal profilo irregolare, senza tetto, vivono dei coraggiosi. Intravvedi un tavolo, un letto.
Terribili condizioni di vita, paragonabili a quelle di certi quartieri di Johannesburg dove i clandestini immigrati dai paesi confinanti occupano le case. Ma in un vicolo pieno di negozi che si diparte da una grande piazza circondata da splendidi palazzi del diciassettesimo e diciannovesimo secolo, mi sono ritrovata tra gente dignitosa, con indosso le magliette e jeans della nostra uniforme internazionale, che comprava pizza da venditori annidati in bugigattoli.
Il salario minimo a Cuba è di 12 dollari al mese. Come si sopravvive? L´istruzione e l´assistenza sanitaria sono di buon livello e gratuite, ed esistono magazzini in cui tutti, presentando le tessere annonarie, ottengono viveri di prima necessità a prezzi bassi, pagabili in pesos. Misure da tempo di guerra – ma il blocco Usa è un´azione da tempo di guerra contro un paese in cui nessuno fa la guerra a nessuno.
Mi hanno portato a più di 200 miglia dall´Avana in un villaggio turistico stile paradiso dei Caraibi, che risale all´epoca di Batista, riservato a chi paga in dollari. Non era affollato, i turisti - sfortunatamente per l´economia dell´isola - si limitavano a una comitiva di canadesi e a parecchi francesi. Il governo Usa vieta ai suoi cittadini d´andare a Cuba, nel 2001 ha concesso solo 176.000 permessi.
Circa 25.000 americani sono entrati clandestinamente, ma ne ho incontrati comunque molto pochi.
Ovunque le palme reali sono torri d´osservazione sul paesaggio cubano. Le strade corrono tra muri di canna da zucchero, interrotti da villaggi. Ho avuto la sensazione di trovarmi in un altro luogo e in altro tempo, nel Profondo Sud degli Stati Uniti, quelle file di casupole con qualcuno seduto fuori in sedia a dondolo.
Ma non era il Profondo Sud, era la Cuba rurale del 2003. I poveri in sedia a dondolo avevano grossi sigari in bocca. Quasi tutte le auto e i bus li ho visti sull´unica autostrada. Ci sono poche macchine private a Cuba, soprattutto auto d´epoca, Oldsmobile, De Soto e Chrysler. Le gite del fine settimana si facevano con moderazione in calesse.
All´Avana ho chiesto a uno scrittore come mai a Cuba non ci fossero quotidiani indipendenti e libertà d´espressione, sottolineando la differenza che esiste tra una stampa che cerca di abbattere un regime e un giornale che invoca riforme all´interno del regime stesso. Questione di soldi, più che timore di punizioni da parte dello Stato, mi ha risposto. I soli fondi di cui un gruppo riformista può disporre per la carta e le rotative verrebbero dai cubani della Florida, il cui unico scopo è rovesciare Castro, e l´importanza del cui voto nelle elezioni Usa mantiene in vigore il blocco. Ma io sapevo che i giornalisti cubani dissidenti finiscono in cella.
Vedo Cuba come luogo di simboli. Un´Atlantide emersa a confrontarci. La caduta dell´impero sovietico affondò l´isola nel nostro tempo come un relitto della politica di potere del ventesimo secolo. Visitarla significa imbattersi in un pezzo del nostro passato non troppo remoto, eloquentemente venuto a galla.
Qui c´è tutto ciò che resta dell´ortodossia marxista-leninista del nostro ventesimo secolo, nella forma assunta di sogno utopistico per un mondo equo.
Qui troviamo i relitti del volgare materialismo capitalista: le auto degli Anni '40 e '50 superaccessoriate, mantenute funzionanti non si sa come.
Due aspetti del nostro passato: il marxismo-leninismo che un tempo rappresentava la grande soluzione rispetto a un mondo ingiusto è divenuto un altro genere d´onorevole saggezza popolare da seguire, piuttosto che l´indubbia soluzione rispetto a quel mondo; e i futili valori di quel mondo: sembravano scandalosamente ridotti allo stesso livello contrapposti alle realtà della nostra sopravvivenza del ventunesimo secolo.
Uno degli intellettuali di Cuba pone l´interrogativo "Cuba: museo socialista o laboratorio sociale?" Potrebbe essere il secondo? Una socialdemocrazia della sinistra che già mostra la tendenza a seguire l´ispirazione di José Marti? Potrebbe Castro (o il suo successore) far uso delle idee del suo mentore originale a favore della giustizia umana, affrontando le inevitabili realtà del millennio, sperimentando l´universalità della globalizzazione, senza tradire una rivoluzione evoluta?
La fine del blocco Usa che strangola Cuba non risolverà come per magia i problemi d´un paese con scarse risorse naturali. Ma il punto di partenza di qualsiasi trasformazione degli stenti e della povertà che a Cuba vantano nobili natali, è l´abolizione della scandalosa imposizione. Il blocco rappresenta un atto vergognoso e immotivato da parte di un potere arrogante e insensato sotto l´aspetto politico internazionale da quando l´Urss non esiste più.

Copyright New York Times - la Repubblica
Traduzione di Emilia Benghi
Nadine Gordimer

Nadine Gordimer

Nadine Gordimer (1923-2014), nata nel Transvaal, in Sudafrica, premio Nobel per la letteratura nel 1991, ha pubblicato con Feltrinelli: Un mondo di stranieri (1961), Occasione d’amore (1984), Un ospite d’onore (1985), Qualcosa là fuori (1986), Una forza della natura (1987), Il mondo tardoborghese (1989), Vivere nell’interregno (1990), Luglio (1991), Storia di mio figlio (1991), La figlia di Burger (1992), Il salto (1992), Nessuno al mio fianco (1994), Scrivere ed essere. Lezioni di poetica (1996), Un’arma in casa (1998), Vivere nella speranza e nella storia. Note dal nostro secolo (1999), L’aggancio (2002), Sveglia! (2006), Beethoven era per un sedicesimo nero (2008), Il conservatore (2009), Ora o mai più (2012), Racconti di una vita (2014), Tempi da raccontare. Scrivere e vivere (2014) oltre ad alcuni racconti nella collana digitale Zoom; ha inoltre curato la raccolta Storie (2005). Le è stato conferito il Premio internazionale Primo Levi nel 2002. Nel 2007 ha vinto il premio Grinzane per la letteratura. È stata inoltre insignita della Legione d’onore.

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