Nell’ultimo periodo della sua vita, Pierre Bourdieu aveva rivolto la sua attenzione di sociologo-filosofo alla globalizzazione intesa come sottomissione della società alle leggi del commercio, al "regno commerciale" che è sempre il contrario di ciò che si intende universalmente per cultura: e quando morì a 71 anni, il 24 gennaio 2002, il professore del Collège de France fu salutato come l’"erede di Sartre", come uno degli ultimi guru della sinistra marxista, dove pure era visto con qualche ostilità per come aveva messo a nudo la retorica della gauche (a partire dalle esibizioni mediatiche degli esponenti più radicali). Critico spietato della società capitalista, Bourdieu era anche maestro nel criticare la critica. Non deve quindi meravigliare che in uno degli ultimi corsi universitari (Il mestiere di scienziato , pubblicato da Feltrinelli) egli analizzi in modo spietato i meccanismi sociali dell’universo scientifico, ma prenda le distanze dalla retorica dei denigratori che finiscono per incrinare la fiducia nella scienza. Non buttiamo via, sembra dire il filosofo, il bambino con l’acqua sporca.
Per Bourdieu la scienza è minacciata da una "temibile regressione": la sottomissione agli interessi economici (dalle biotecnologie alla ricerca militare) rende sempre più labile la già incerta frontiera tra la ricerca di base dei laboratori universitari e la ricerca applicata. Lo scienziato disinteressato, fedele alla logica del suo lavoro, rischia di essere emarginato a vantaggio di gruppi dediti a soddisfare "le richieste subordinate agli imperativi del profitto"; e a proposito dei frequenti conflitti fra ricerca e mercato, lo studioso cita il caso di una ditta californiana produttrice di un vaccino contro l’Aids che tentò di bloccare un articolo scientifico che dimostrava l’inefficacia del prodotto.
Se questa è la premessa, il professore non intende però fare delle sue lezioni altrettanti pamphlet antisistema. Più utile e urgente, invece, aiutare quanti fanno scienza a capire meglio i meccanismi sociali che orientano la loro pratica. Bourdieu parte da un esercizio che gli è familiare - appunto la critica della critica - per mostrare i limiti degli studi sul "mestiere di scienziato": da un lato si oppone al "dogmatismo logico" di quanti affermano che le verità scientifiche sono avulse dalla storia, universalmente ed eternamente valide; dall’altro critica il relativismo nichilista dei sociologi che riducono la vita scientifica a pura vita sociale, a un insieme di trucchi, strategie, astuzie e così via. Bourdieu supera tale contrapposizione, affermando che il mondo scientifico è sì un universo sociale dove s’intrecciano relazioni e conflitti, ma è anche caratterizzato da una sua specificità e dall’"irriducibilità alla storia" di ciò che in esso si genera. Sì, dunque, all’autonomia dello scienziato e no alla relativizzazione della conoscenza, figlia di una sociologia riduttiva.
Un esempio di questo approccio? Bourdieu analizza i fattori sociali del successo scientifico (pubblicazioni, onorificenze, medaglie, citazioni) e ne mette in evidenza le distorsioni, a partire proprio dalle pubblicazioni, dove anche i migliori scienziati accantonano i risultati sfavorevoli, trasformano esperienze equivoche in decisive e si piegano alle strategie retoriche volta a volta più efficaci, usando due registri linguistici: quello privato dove danno spazio al fattore umano, all’intuizione e agli aspetti creativi della ricerca; e quello ufficiale, impersonale, asettico, tale da produrre tutte le apparenze dell’oggettività per essere meglio accettato dalla comunità. Il filosofo parla di "ipocrisia della letteratura formale", ma anche in questo caso non butta via il bambino con l’acqua sporca: le due verità convivono realmente nell’operatore, per cui la stessa doppia verità ha "qualcosa di universale". Nella sua critica radicale, insomma, Bourdieu tiene a distinguersi dal "radicalismo chic", proprio della denigrazione sociologica che rischia d’incrinare la fiducia nella scienza. Che a lui non è mai venuta meno.

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