Vedere un medico arrestato in ospedale suscita uno sgomento estremo: la malattia è uno stato di debolezza e soggezione, quasi un ritorno alla dipendenza infantile, e la cura infonde a chi la amministra un´autorità enorme, che non è solo tecnica. Se colui che sbaglia e cade è proprio colui dal quale si attende protezione e guarigione, è come se cadesse il padre. Di questo sgomento si trova ampia traccia nelle parole del dottor Michele Di Summa, arrestato in camice, a Torino, con l´accusa di avere speculato sull´acquisto di valvole cardiache.
All´onta personale, Di Summa aggiunge l´angoscia profonda per avere abbandonato i suoi pazienti, ai quali vorrebbe per primi (insieme ai suoi figli) dare spiegazioni e domandare scusa. Ma proprio in forza di questa angoscia, si rimane agghiacciati dal moltiplicarsi di casi analoghi: a Como, dove un chirurgo è imputato di avere inutilmente operato malati terminali al solo scopo di accaparrarsi rimborsi regionali per il suo reparto, e a Roma, dove due medici sono accusati di truffa e omicidio colposo per avere venduto a caro prezzo finte terapie anticancro (bicarbonato).
Di Summa, che pure ammette le sue responsabilità, indica in una corruzione ambientale diffusa la concausa sociale del suo "incidente". È una giustificazione ampiamente tirata in ballo in tutti o quasi i casi di malaffare, ma quando sia riferita alla salute, all´inermità di chi soffre, allo stato di ansiosa dipendenza dei pazienti e delle loro famiglie, assume una gravità senza pari. Perché lucrare sul corpo ammalato, fare del dolore un´industria, profittare della confidenza obbligata che il paziente ha nel suo guaritore, è cosa che suscita nell´opinione pubblica non solo sdegno etico, ma anche autentica e legittima paura.
I tre casi citati sono, ovviamente, diversi l´uno dall´altro, e giudicabili singolarmente. In comune, hanno un tratto di destrezza speculativa che lascia interdetti, perché da professionisti affermati, con buoni stipendi e alta reputazione, ci si aspetterebbe una ben maggiore immunità dalle tentazioni di lucro. Di Summa era (è) uno che salva le vite umane, non certo un praticone costretto a sgomitare per affermarsi. Nella sua intervista a «Repubblica» rivela coscienza, cultura e autostima: eppure, descrive il suo errore come qualcosa che appartiene strutturalmente all´ambiente medico. Così strutturalmente che «è molto difficile, quando si è in quella spirale, farsi da parte».
Sempre strutturalmente parlando, noi sappiamo e capiamo, da tempo, che in questi ultimi anni la sete di denaro, che è sempre stata un potente attore di ogni società, è diventata, quasi in ogni atto individuale e sociale, un motore delle scelte quasi incontrastato. E così condiviso, così "normale" da tracimare tranquillamente anche negli ospedali pubblici, dove ai casi di "cresta" negli atti amministrativi possiamo ormai sommare, alla luce dei casi in questione, anche vere e proprie spremiture dei corpi dei pazienti. Non più solo tangenti sulle commesse, non più solo olio nelle giunture della burocrazia, ma speculazione diretta sulla sofferenza umana.
Almeno in un caso, quello del dottor Di Summa, il fattaccio convive con una pratica medica stimata, e con una responsabilità professionale alta e riconosciuta. Questo, se possibile, spaventa anche di più, perché indica che i paletti della soddisfazione individuale vengono spostati sempre più in là, e in territori sempre più oscuri e sdrucciolevoli. Non c´è stipendio, non c´è autorevolezza, non c´è status sociale che tuteli dalla forsennata caccia a un incremento del reddito che ha ben poco da spartire, a questo punto, con il sollievo e men che meno con il bisogno. È una vera e propria malattia sociale, una smania che si alimenta da sé, una specie di corsa del topo che fa deragliare non solo i lestofanti, non solo i deboli, ma anche persone equilibrate e di successo - come ci appare il dottor Di Summa - che solo alla fine del loro errore riescono a domandarsi come mai lo hanno fatto, e dove stava il limite che hanno perduto di vista, dove il veto morale che avrebbe potuto salvarli.
Negli ospedali ci si affida a un potere smisurato, che spesso viene esercitato a cavallo tra la vita e la morte. A una speciale soggezione corrisponde, nei cittadini che giudicano i casi di malaffare in camice, una speciale ribellione. Non si riesce proprio ad accettare che qualcuno possa "fregarti" mentre sei in un letto ad aspettare un´operazione, e a fare i tuoi conti con gli anni o i mesi o i giorni che ancora ti mancano. Se questo accade, se cioè le persone dalle quali ti attendi salvezza vedono in te anche (o solo) un´occasione di guadagno illegittimo, significa che un virus incurabile sta intaccando anche le ultime difese immunitarie contro l´ossessione dei soldi.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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