Il fumetto è un cinematografo tascabile. Ha avuto sviluppi d'essai, nei Sessanta e Settanta non c'era ragazzo sveglio e curioso, in Italia, che non leggesse Linus per invaghirsi del fumetto d'autore, Schulz e Al Capp, Copi e Feiffer, la Bretecher e Reiser, Corto Maltese e Manara. Ma come per il cinema, il primo amore fu cheap e popolare, terze visioni accartocciate in fondo a vecchie edicole, albi da trenta lire stampati come viene, quella adorabile, casuale dozzinalità della cultura bassa quando ancora non sapeva di essere "trash" o "pop" o "pulp" e non era stata riscoperta dagli intellettuali, al massimo scoperta dai ragazzini.
Già Topolino, che Mondadori editava con un lusso quasi rotocalchesco (una pagina ogni due a colori), parlava di un fumetto medio-industriale, da famiglia ammodo. Lo comperavano i padri, che abbonavano al mondo Disney i figli promossi a scuola, e il giornalino stazionava in salotto insieme a Epoca, la Domenica del Corriere e Grazia.
Le vere scoperte, le vere passioni, i veri brividi erano però quelli autonomi dell'infanzia, sortiti dall'underground dei banchi di scuola, delle prime camminate tra soli undicenni lungo le strade del quartiere, cercando in edicola prezzi e calibri adeguati al nostro micragnoso argént de poche. Indimenticabili Geppo, Soldino, Tiramolla, Cucciolo, imitazioni autarchiche e spesso veri e propri cloni abusivi del cast topoliniano. Allora i giapponesi eravamo noi, si copiavano a mano bassa (e veloce) i tratti e le sceneggiature americane, il sagace Cucciolo e il gonzo Beppe erano pari pari Topolino e Pippo, la controfigura di Gambadilegno si chiamava Bombarda. E c'erano Nonna Abelarda, il lupo Pugaciov, il capotribù Bingo Bongo (ancora con la sveglia al collo, erano passati troppo pochi anni dall'Africa Italiana e dal fumetto coloniale tipo Cino e Franco, o razzista tipo Bil-Bol-Bul...)
Costavano meno di Topolino, gli albi nostrani, ma soprattutto erano reperibili in quella forma magica e sontuosa che si chiamava "buste-sorpresa": tre o quattro resi imbustati e messi in vendita a due o trecento lire, se eri fortunato almeno due non li avevi ancora letti, gli altri li potevi scambiare con trafficanti coetanei.
In certe edicole di mare, ficcate nei carrugi umidi delle mie estati liguri, passavo delle mezze ore a frugare nei cestoni all'aperto dove stavano ammassate le buste-sorpresa, incertissimo sull'acquisto, cercando disperatamente di scrutare attraverso l'involucro per capire se avevo o non avevo già letto il contenuto. Il gusto irripetibile delle buste-sorpresa era, ingigantito, lo stesso delle bustine di figurine: ce l'ho o mi manca? Ma aggravato, e dunque esaltato, dall'investimento ben più compromettente, allora le figurine le mettevano a venti lire la bustina, mentre le buste con i giornalini partivano da duecento, sbagliare significava bruciarsi quattro partite a flipper o sei dischi al juke-box (tre canzoni cento lire).
Poi venne l'epoca di Linus, l'ho già detto, e anche di Asterix, di Tin Tin, degli albi francesi molto fighetti (tipo Métal Hurlant, se ricordo bene il nome), della fiction d'arte (Flash Gordon, Barbarella), del definitivo sdoganamento del fumetto in "comics", tanto che perfino il burinissimo Nembo Kid fu costretto a tornare al nome originario di Superman. Ma l'amore delle origini resta plebeo, in braghe corte, risicatissimo nel budget e condiviso con un target di compagni di scuola decisamente basso - più erano somari, più fumettari.
Mio nonno, che era professore universitario, se mi beccava con un fumetto in mano disperava dei miei destini culturali. E malediceva gli americani (lui che abitava e insegnava a New York) perché "rammollivano la gioventù italiana con tutti quei paperi idioti". E' un po' la stessa solfa che rifilo a mia figlia quando si stordisce di manga giapponesi. Incorreggibili, gli adulti, quando non capiscono che è sempre dai bassifondi cartacei, e dagli strati più sordidi delle edicole, che germina la voglia di allungare le mani e sfogliare le pagine. Più tardi, anche altre pagine: ma si può anche partire da Geppo e approdare a Borges e Proust, non è mica vietato. Aiuterebbe molto, però, se Proust e Borges fossero disponibili, prima o poi, in comode buste-sorpresa.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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