"Un minuto dopo che a Roma avranno deciso per un candidato leghista, mi dimetterò". Fa sul serio il carnico Renzo Tondo, il presidente-montanaro degli azzurri, definitivamente scaricato dai plenipotenziari della destra, giunti per ribadire che a giugno nel Friuli-Venezia Giulia correrà un altro cavallo; uno qualunque, purché leghista. Ormai, gli hanno fatto sapere per telefono, tutto è stato deciso altrove. Le proteste sono inutili. E forse stasera, alla solita cena del lunedì ad Arcore, Bossi e Berlusconi con Tremonti e Scajola tireranno fuori il coniglio dal cappello. Come dire che magari, bontà loro, faranno il nome del nuovo viceré della piccola marca di frontiera.
E´ imbestialito il presidente azzurro, c´è da capirlo. E´ un po´ dura spiegare alla gente concetti del tipo: "Popolo del Friuli e della Venezia Giulia, abbiamo governato bene. Così bene che non ricandidiamo quello che vi ha governato". Già i capelli gli si erano ingrigiti in soli due anni, povero Tondo, mentre combatteva con la giunta più litigiosa nella storia del Nordest. Liti in famiglia persino attorno alla legge sulla ... famiglia, che doveva sistemare la materia. Liti sull´innovazione nelle aziende, altra legge ferma da mesi per le discordie all´interno della giunta medesima.
Ormai non ci si capisce più niente. La Lega candidasse almeno un cavallo di razza. Macché. Mentre il candidato della sinistra, Riccardo Illy, veleggia senza ostacoli, a destra è una corsa al ribasso. Ora mormorano il nome del mite sindaco di Campoformido, Pietro Fontanini, senatore di modesta visibilità e carisma. La bionda Alessandra Guerra, mammina di fresco, pasionaria del friulanesimo etnico integrale, amicona di Bossi e Haider, ormai non la vuole più nessuno. Appena la nominano, Forza Italia si solleva. Troppo visibile. S´è montata la testa, dicono. C´era, è vero, anche Sergio Cecotti, sindaco di Udine, un tipo spiccio che alla gente piace. Leghista ante marcia anche lui, vero. Ma troppo distante da Roma. Di questi tempi non va.
Un suicidio lento, mille volte annunciato. Attorno, il silenzio. Anche An tace, allineata e coperta. Inspiegabile. O forse spiegabilissimo. Berlusconi è "sotto schiaffo", in vista della sentenza di Milano e di una guerra in Medio Oriente che gli metterà contro sette italiani su dieci. Di fronte alla bufera che viene, il Capo deve evitare la spaccatura Lega-Forza Italia. Deve garantire la tenuta del quadro nazionale a ogni costo, anche di terremotare gli equilibri locali. Bossi, dunque, sa di poter chiedere ciò che vuole, compresa una Rete Rai in territorio padano. E allora che sarà mai la richiesta di una piccola presidenza in una regione marginale? Che significato può avere se poi, in aggiunta, c´è il rischio che non si vinca, davanti a quest´avversario-presidente Illy che pare ogni giorno più forte?
Regione marginale; anzi, minimale. In Forza Italia, certo, qualcuno mostra i muscoli, annuncia una rivolta che taglierà in due il Nord fino alle sorgenti di Eridanio-Po. In realtà, già cominciano i "se" e i "ma". Su tutta la linea gerarchica. Antonione, beffato dall´antagonista Scajola e sbugiardato nel suo arroccamento su Tondo, conferma la sua totale fedeltà a Berlusconi, "l´unica persona di cui mia moglie è gelosa", un uomo "straordinario", "taumaturgico". Il coordinatore regionale di Forza Italia Ettore Romoli, che aveva annunciato contro Berlusconi l´inaudito "Resistere. Resistere. Resistere", già si dichiara possibilista. E dall´osteria La Cjacarade di Martignacco il navigatissimo Ferruccio Saro, coordinatore per la provincia di Udine, già studia dal suo rovente telefonino come conservare i piccoli poteri territoriali sotto nuovo padrone.
Non è una regione, è una soap opera. Non c´è più nulla di politico per capire cosa accade da queste parti. Dimissioni annunciate e poi smentite, urla di "resistere, resistere, resistere" trasformate in belati, indignati risentimenti e roboanti dichiarazioni smentite, capriole verbali. Quello che emerge è il mal di pancia di un territorio in crisi di nervi. E´ la perdita di potere di una regione che una volta decideva da sola e oggi si riduce ad attendere la cena del lunedì fra il taumaturgico Berlusconi e il rauco Senatur. Brontola Saro: "In quarant´anni le decisioni le abbiamo sempre prese qui, poi si andava a Roma a far sapere come stavano le cose". Oggi s´è capovolto il quadro. Appiattimento totale sui Capi. Ecco dove è finita la devolution.
L´elettore passa per strada, guarda i manifesti e non ci capisce niente. A gennaio, ovunque gigantografie di Tondo, appena unto campione da Berlusconi, col baffetto ironico da sparviero e la scritta: "presidente della gente". Poi, tre settimane fa, quando spunta l´ipotesi della leghista Guerra, dai manifesti col pattuglione dei forzisti in marcia, il mezzobusto di Tondo viene frettolosamente sforbiciato e sostituito da quello dell´unico passe-partout possibile, Berlusconi. Risultato: ci sono tutti, meno il presidente che governa, il presidente della gente. Un bel messaggio all´elettore. Poi Forza Italia protesta, la Guerra si brucia con incaute dichiarazioni, e una settimana fa eccoti Tondo che ricompare, in gessato, cinque metri per due, accanto al Silvio nazionale che gli stringe la mano, sorride e benedice. Ma anche questa è già carta da macero.
Un´umiliazione, per la regione-ponte che anticipò in laboratorio con Jugoslavia e Ungheria il disgelo Est-Ovest. Ma nessuno pare preoccuparsene troppo, i questi tempi. Pazienza Trieste, la Bella Addormentata. Il fatto è che tace anche l´orgoglioso Friuli lavoratore. Zitti persino gli industriali, allibiti dallo sbracamento del quadro politico. Vedono che l´unica paura, nel centro-destra, non è che la Regione vada alla deriva. E´ solo che Tondo diventi una variabile impazzita, magari si dimetta davvero in uno scatto di sciagurato orgoglio. E, dimettendosi, faccia magari saltare la Collegata alla Finanziaria, come dire l´ultimo atto di spesa prima del voto, i miliardi più "elettorali" della legislatura. Se accadesse, dio non voglia, salterebbero in aria bocciofile e dopolavori.
Ma forse, anche qui, sarà la mitica cena di Arcore a mettere a posto le cose.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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