Mentre Roma accoglie nel suo ventre l'ultimo, venerato commediante di una tradizione millenaria, il lutto addensa parole e pensieri attorno al grande mistero della comicità. Ci era o ci faceva? - è una domanda, badate bene, di popolo e di intellettuali, la stessa che si pongono il tassinaro e il critico, l'abbonato Rai e il cinefilo: solo i grandi artisti hanno il privilegio di lasciare lo stesso segno nei mercati e nei salotti, negli androni e sui libri.
Quello sguardo impunito, quella giovinezza frescona e allegra, quel disincanto mezzo cinico mezzo intelligente, quel democristianismo insieme comodo e cordiale, sono stati il simbolo di un Tipo Italiano che non ha avuto eguali, ad alta, altissima definizione psicologica: l'italiano alla Alberto Sordi. Il problema è che Sordi, quel tipo, lo incarnava e lo scarnificava al tempo stesso. Lo consacrava e lo dissacrava. Stava perfettamente a cavallo tra la denuncia e il compiacimento, tra l'introspezione e l'assoluzione. Era - come la vera comicità è spesso - irresistibilmente ambiguo: perché il difetto denunciato, il vizio sviscerato erano anche la chiave della seduzione, la ragione dell'applauso.
L'obesità di Oliver Hardy, o la fissità quasi ebete di Keaton, sono deformità che diventano chance, infelicità sdoganate per la consolazione degli infelici. Se i comici sono soprattutto mostri, il capolavoro di Sordi fu riuscire a essere il mostro della normalità italiana, dell'opportunismo smagato, dell'incapacità congenita di appartenere a un campo ideale, a una socialità condivisa. Un mostro familiare, un mostro nostro, così nei suoi panni quando era nei panni ruffiani dell'italiano che tira a campare (dunque: ci era), così spietato e lucido quando usava materiali così deplorevoli, tare così irrimediabili per farci ridere (dunque, ci faceva).
Impossibile dire quanto amasse i suoi mostri, quanta indulgenza e quanta severità suscitassero, nell'uomo Sordi, le orribili (perché erano veramente orribili) immoralità dei suoi medici della mutua, trafficanti di orfani, praticoni senza scrupoli. Avrebbe senso, del resto, chiedersi se Hardy avrebbe voluto essere magro e bello...? Impossibile, anche, indovinare nella persona eventuali scompensi e rimorsi, rispetto al suo Tipo Italiano. Se siamo assolutamente certi del suo prodigioso talento comico, non siamo altrettanto sicuri che Sordi avesse anche moralità satirica, e cioè intendesse castigare i costumi perché avrebbe voluto cambiarli, come usa la satira. Politicamente conservatore, non erano certo l'irritazione o lo spaesamento a muovere il suo sguardo comico: era semmai una compiaciuta familiarità con l'oggetto della sua arte, l'italianità popolare e piccoloborghese sempre sopravvivente, vitale e profittatrice, febbrile e patetica. Eppure, anche se Sordi fu sospettabile di una affettuosa complicità con i suoi mostri, c'è nei suoi film migliori una strepitosa, sfrenata ferocia: come nessun "nuovo cinema italiano", anche politicizzato, anche intellettualmente munito, è mai riuscito a rinnovare quando ha cercato di colpire al cuore i vizi sociali più recenti.
Forse la misteriosa grandezza di Alberto Sordi sta proprio in questa estrema compromissione con il mostruoso italiano. Nessuno straniamento, niente sguardi "da fuori", solo un'allegra, totale promiscuità con la genia d'origine, ascoltata e riferita con la potenza e la credibilità di uno che appartiene alla stessa storia che ha deciso di raccontare. Sordi avrebbe potuto essere uno del suo pubblico, all'Ambra Jovinelli come nei cinematografi popolari che non esistono più, un romano sfrontato e spiritoso che non avrebbe mai cambiato vita o città o humus o animo, molto poco suggestionabile nel bene e nel male, magari governativo per pigrizia (chissà se votava Berlusconi), magari però poco abbindolabile, sempre per pigrizia, dalle mode facili, dalle nuove credulità di massa (chissà se votava Berlusconi). Quello che resta, del suo cinema, è soprattutto la facilità e la felicità di calarsi nel groppo vischioso e magari sgradevole dell'antropologia popolare, senza mai dare l'impressione del giudizio cilioso ed estraneo. Una lezione condivisa con i registi e gli sceneggiatori dei suoi anni ruggenti, che furono anche gli anni ruggenti del nostro grande cinema popolare. Difficile fare gli italiani senza sporcarsi, contaminarsi, infine senza assomigliare a questo popolo spregevole e intelligente, disincantato e vitale.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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