"Sventurati provinciali", dice il sindaco di Roma in San Giovanni. Lo dice forte e chiaro, all´inizio della sua orazione, a chi ha confuso Alberto Sordi con una maschera locale. Come se il luogo, la vecchia enorme capitale sgranata al sole di fine inverno, fosse un borgo tra i tanti, e non quel cosmo popolare e commediante che ha generato il cinema e la televisione, ospitato la politica e la religione, scritto i copioni del potere e quelli dell´arte nazionale.
La basilica e la piazza sono piene e concordi, insieme disciplinate e informali. Il cerimoniale è solenne ma le transenne piuttosto lasche, controllati e controllori stamattina parlano la stessa lingua e sono la stessa città. Tutto è folla e tutto permeabile, i politici e le massaie, i corazzieri e gli ultras della Roma, le dame dei salotti e i vigili della strada, i giornalisti e i curiosi, i parenti e le suore, i tassinari e i seminaristi, gli attori e gli impiegati ministeriali, i Ciampi non così distinguibili dalle altre coppie anziane e incappottate, e i finanzieri, i carabinieri, gli scout, gli infermieri, gli uscieri, gli uomini della sicurezza, una parata di divise che pare cinema anche quella, spiega quanto Roma sia cinema, mezza città in costume, mezza nel ruolo eterno della gente anonima. E poi le facce grevi e teatrali dei vecchi caratteristi di Cinecittà, raccolti in un inverosimile crocchio in un angolo della navata, facce ugualissime a quelle del popolo che le ha generate, sunto di plebe e fame, facce pasoliniane, facce da dopoguerra, tinture per capelli esagerate, dentiere ingovernabili, gente scampata da un secolo lunghissimo che piange, con Sordi, anche se stessa, la propria avventura sfinita, e borbottando fa la conta dei morti, Tognazzi Chiari Mastroianni Gassman Sordi...
Quando entra il feretro in San Giovanni, il solito applauso non sempre rispettoso si trasforma in qualcosa di diverso e sorprendente: un grido collettivo, "Alberto! Alberto!", una specie di voce della città che chiama il morto come si fa con i vivi, e sono voci di cortile, di davanzale, di mercato, è uno strattone emotivo straziante e allegro, un´ultima manata sulla spalla, un toccarlo, rimproverarlo, "a´ birbaccione che te ne sei annato", come dice un piccolo cartello scritto a mano.
Nella colossale basilica il cardinale è un puntino rosso che dice messa sotto un cattolicissimo cono di ori, stucchi e luce che lo sovrasta, e illumina la bara come un riflettore immane. La stessa bara, in un biglietto tra i tanti appoggiato alla facciata di San Giovanni, è chiamata in causa con disincanto trilussiano: "Stamo tutti a piagne davanti a n´ coso de legno".
Il "coso de legno" ha traversato Roma con un piccolo corteo di auto. Dicono gli uomini del sindaco che la gente scendeva dalle macchine per salutare e mandare baci, dai marciapiedi applaudivano, dalle finestre chiamavano. Si parla ancora, in piazza, dell´infinita coda notturna in Campidoglio (le vere metropoli non hanno fuso orario), anche lì uno scenario insigne per la più popolare delle scene, la monumentalità spettrale di Roma che fa da quinta ai gesti umili degli sconosciuti. Proprio come in San Giovanni, dove la smisurata facciata di marmo presidia una massa umana in scarpe da footing e giubbotto, i maxischermi della Rai e i bracci delle telecamere affondano in un mare di persone, la piazza parla a bassa voce, tiene le braccia conserte e il capo chino quando gli altoparlanti diffondono le musica sacra e l´omelia di Ruini.
Mentre parla il ministro Urbani passa un aereo da turismo, vira sulla piazza trainando uno striscione di cordoglio, "Sta vorta c´hai fatto piagne", la gente applaude il romanesco che solca il cielo, i tassinari suonano il clacson, gli ultimi fiori cadono sul selciato chiaro, le ultime disposizioni del cerimoniale si allentano, la piazza confonde ulteriormente autorità e popolo, oratori e spettatori. Il funerale si dirada senza fretta, ed è uno scioglimento di trama quasi impercettibile, è Roma che si disperde in Roma.
Non fosse arrivata sottobraccio al sindaco, e uscita sottobraccio al Presidente, la sorella Aurelia (e le altre anziane donne che hanno accudito Sordi per una vita) sarebbe stata indistinguibile dalle migliaia di casalinghe della piazza. Un´aria dolcemente qualunque, da sporta della spesa, da cucina domestica. Andavano ad abbracciarla, in chiesa, chinandosi sul suo metro e mezzo scarso, e ripiegato dall´età, e in lei abbracciavano il miracolo di un paese che per uscire dalla miseria ha scelto mestieri geniali, inventato pratiche d´arte, prodotto colpi di vita che ancora rimbalzano in mezzo alla piazza che sfolla.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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