L´Ariston è stato per anni la nostra piccola Las Vegas (con casinò adiacente), il luogo dello show e del kitch sognato dalle lettrici di rotocalchi e dai loggionisti della nascente società di massa, la Mecca di pittoresche claques di malavitosi, impresari con la cravatta sbagliata, starlette al seguito. È stato l´approdo di bravissimi artisti (Modugno, Mina, Celentano, Dalla, Milva, Morandi, Dorelli, Gaber, Vanoni, Tenco, Vasco Rossi), di simpatici caratteristi (Little Tony e Bobby Solo) e di una miriade di buffi comprimari, cast chilometrico per allungare un minestrone già lungo mezzo secolo.
Nella stremata edizione di quest´anno, Baudo ha commesso l´affettuoso errore di far definitivamente coincidere la gara di canzoni con il più classico dei varietà: combinando, infine, un definitivo epitaffio al genere, Festival e varietà televisivo che si allontanano sottobraccio, tra i palmizi, ormai visti di spalle. La gioventù nervosa che compulsa i suoi infiniti media (video, telefonini, mangiacidì, internet) con sapiente distrazione, non sa più che farsene dei palcoscenici infiorati, delle cerimoniose presentazioni, dei baci alle divine. Roba vecchia, vecchia, vecchia, che perfino noi adulti sorbiamo, a piccole dosi, solo come un omaggio alla memoria di un paese scomparso, quello che si adunava attorno alla tivù come se la tivù fosse piazza, quello che si beveva i primi piani trasaliti degli esordienti, le stonature, le poche belle canzoni (basterebbe "Nel blu dipinto di blu" per santificare Sanremo), le scollature, i nuovi abiti, le gaffes, il sudore. Eravamo come i contadini quando arriva, sull´aia, il cantastorie o l´affabulatore. Eravamo.
Ma adesso: nel tempo che Baudo, il vecchio decoroso orgoglioso Baudo, fa sette passi sul palco dell´Ariston per andare a ricevere qualche improbabile "grosso nome", lo zapping giovanile ha già fatto il giro completo della metropoli digitale. Un po´ di "Sarabanda", che è il neo-quiz trasformato in wrestling, un po´ di "Zelig", che ha una struttura a raffica, velocissimo e volatile, e molti sms all´amica del cuore, molte mail all´amico del piano di sopra: ed è già l´ora di uscire di casa.
L´incontrollabile pubblico, vanamente imbragato nelle cifrette elementari dell´Auditel, non è più una platea familiare zeppa e attenta, è un andirivieni di schegge sociali, di novità antropologiche, che vanno a rapprendersi dove pare a loro - a volte perfino davanti alla tivù: ma di passaggio. L´audience sta diventando un patetico secondino di evasi cronici, di celle spalancate. Il varietà, e il Festival di Sanremo, celebrano una pompa sempre più funebre, e i salamelecchi dei presentatori ("è un grande onore avere qui per la prima volta...") paiono didascalie senza fotografia, o al massimo sotto una fotografia d´epoca: perfino i gruppi rock, a Sanremo, quando digrignano certe musiche acide non fanno pensare all´arsenico, ma ai vecchi merletti.
Non aiuta (anzi, sottolinea l´inanità dello sforzo) la durata pazzesca, pletorica degli show Rai, dilatati per bieche ragioni di questua pubblicitaria ben oltre la loro stessa, antica decenza e qualità. Anche la commozione di Baudo, nella conferenza stampa di commiato (perché questo poveretto, nelle rare pause da diretta, fa pure le conferenze stampa), è parsa soprattutto un segno di sfinimento.
Ma voi provate ad accendere la tivù al mattino, nei rari spazi liberi dal ricicciaggio continuo delle sequenze sanremesi, e da qualche teca vedrete sortire i modelli originali: Sanremo era tre serate di due ore ognuna, "Studio uno" durava un´ora e un quarto, c´erano una misura, in quei bianchi e neri, e una sintesi, veramente teatrali. Doveva essere una materia buona, quella, se la televisione ha impiegato cinquant´anni per massacrarla, prima tirando la sfoglia a misura (cervellotica) di "mega-evento", poi sforacchiandola con le telepromozioni e gli spot, infine ripetendo la ripetizione della ripetizione, tanta è l´ansia di riempire quei vuoti smisurati che sono i palinsesti.
Valorosamente, Baudo è rimasto ritto in mezzo alla baraonda per una settimana intera. Forse gli piacerebbe (e se lo meriterebbe) morire come Custer, con la pistola in pugno. Solo che gli indiani se ne stanno andando, anno dopo anno, drappello dopo drappello, a tirare le frecce dove pare a loro: non, comunque, tra le strelizie e i garofani dell´Ariston, in quell´atmosfera egizia, monumentale e abbandonata. A prendere per i fondelli Pippo Baudo sono rimasti solo i comici, per abitudine e per cachet. Noi gli facciamo tanto di cappello: ci ha provato, sfidando l´accanimento terapeutico. Ma alle undici e mezza già dormivamo, sognando Modugno che non c´è più, e sognando qualche cosa che non c´è ancora, ma quando ci sarà, saranno i nostri figli ad avvertirci. Con un sms.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>