I miei amici europei mi chiedono, con qualche trepidazione, se è proprio vero che tutti gli americani appoggiano questo sforzo bellico. E' importante perciò far sapere che ce ne sono milioni contrari, inequivocabilmente contrari. Le manifestazioni di protesta di San Francisco, New York e Washington, per citarne solo alcune, non trovano nei media quell'attenzione che pure avrebbero ricevuto durante la prima guerra del Golfo, per non parlare di quella del Vietnam, quando si poteva ancora contare su una certa simpatia per il movimento antibellico. Dopo l'11 Settembre, la paura di passare per "antipatrioti" o di essere identificati per le proprie opinioni con i "terroristi" che hanno attaccato il World Trade Center, non solo ha soffocato il dissenso, ma ha prodotto il blackout dei media sulle manifestazioni e le mobilitazioni pacifiste.
I media temono talmente tanto di essere accusati di pregiudizio "liberal", e che il concetto stesso di "liberalismo" possa essere fatto passare per un concetto tacitamente simpatizzante con il terrorismo, che è venuto fuori una sorta di contro-discorso compensatorio, per cui chiunque abbia qualcosa di critico da dire si sente obbligato a premettere "amo il mio paese e quello che sto per dire non è antipatriottico...". Dunque, chi si oppone all'attuale regime degli Stati Uniti con le sue violazioni dei precedenti e delle leggi internazionali e la sua auto-legittimazione nell'infliggere violenza, ha grandi difficoltà a trovare nei media lo spazio per esprimere opinioni contrarie alla guerra che non siano intrise di devozione patriottica. E così i dissenzienti devono parlare a voce più alta per sopravanzare giornali e televisioni e infrangere la presunzione di un generale sentimento favorevole alla guerra. E' quello che ha cominciato a verificarsi con le mobilitazioni di massa per le strade, le azioni di disobbedienza civile, i concentramenti in punti cruciali di transito nel centro di San Francisco per interrompere il normale tran tran degli affari e costringere la polizia a scendere per le strade, in modo che siano i poliziotti stessi a sabotarlo bloccando il traffico.
Ci sono stati tempi, nella storia della cultura politica americana, in cui il dissenso veniva valutato come uno dei fondamenti chiave della democrazia. Ma dopo l'11 settembre, il dissenso è stato avvolto da un nuovo scetticismo, sì che è diventato difficile per le voci di forte opposizione trovare modo di esprimersi pubblicamente. O vengono bollate come nostalgiche o anacronistiche, o vengono liquidate come strategicamente e politicamente ingenue. Eppure milioni di persone sono scese in piazza, molte dichiarando di non avere mai partecipato a una dimostrazione in passato. Le mobilitano la paura e l'ansia, la sensazione di essere sopraffatte dall'unilateralismo americano, l'opposizione alla bruta aggressione e all'assassinio da parte dell'amministrazione, la soppressione della libertà di parola all'interno del paese, il monitoraggio e la regolamentazione delle comunità arabe negli Stati Uniti che sono tali da sfidare le leggi anti-discriminazione e quelle sul rispetto della privacy.
Il governo Bush è arrivato al potere con mezzi che molti considerano al di fuori della legalità, impedendo il conteggio completo dei voti in Florida. E da quel momento l'uso di tattiche illegali ha contrassegnato questa amministrazione, determinata a seguire la propria strada con o senza imprimatur legale, indifferente ai divieti costituzionali e ai precedenti della legislazione internazionale. Alla denuncia del trattato sui missili antibalistici, apripista di una serie di azioni che avrebbero infranto le relazioni internazionali multilaterali, è seguita la sospensione non dichiarata della convenzione di Ginevra, con il trasferimento nella Baia di Guantanamo di presunti membri di Al-Qaeda privi di qualsiasi difesa legale e al di fuori di qualsiasi giurisdizione; il disprezzo per l'Onu e l'elaborazione di un sistema legale parallelo - definito da molti un sistema giudiziario "canguro" - delineato nell'U.S Patriot Act, che nega le libertà fondamentali ad individui fermati e incarcerati e privi di adeguata tutela legale.
Secondo un recente sondaggio Gallup, almeno il 46% degli americani è contrario all'attuale guerra in Iraq. Non so chi siano quelli della Gullup né chi intervistino, dal momento che non hanno mai chiamato né me né nessuno fra i miei amici. E bisogna fare molta attenzione al modo in cui sono formulate le domande, e chiedersi che genere di persone siano quelle che accettano di parlare con loro. Bene, io non posso dire né di amare né di odiare il mio paese in sé e per sé, né capisco esattamente che cosa voglia dire. Ma mi oppongo a questo governo e alla sua guerra, insieme a milioni di altre persone, non solo perché viola vergognosamente la sovranità di un altro paese per infierire sulla sua gente e minarne le già precarie infrastrutture, ma anche perché si autolegittima nell'infliggere questa violenza e nel propagandare la propria distruttività come un segno della potenza degli Stati Uniti.
Il governo Bush, nella preparazione di questa guerra, ha propagandato i suoi fasti militari come un fenomeno visuale decisivo. Il fatto che il governo e l'apparato militare Usa abbiano battezzato la propria strategia "colpisci e terrorizza" indica che stanno mettendo in atto uno spettacolo visuale che ottunde i sensi e, come il sublime, mette fuori gioco la capacità stessa di pensare. E' una messa in scena a uso non solo della popolazione irachena, i cui sensi si suppone saranno vinti sul campo da questo spettacolo, ma anche dei consumatori della guerra che si affidano alla Cnn. La Cnn infarcisce sistematicamente i suoi servizi con didascalie in cui rivendica di essere la "più affidabile" fonte di notizie sulla guerra. La strategia "colpisci e terrorizza" mira non solo a costruire una dimensione estetica della guerra, ma a sfruttare e strumentalizzare l'estetica visuale come parte della stessa strategia di guerra. La Cnn fornisce l'estetica visuale, il New York Times, sebbene tardivamente dichiaratosi anti guerra, sforna quotidianamente immagini romantiche di ordinanza militare nella luce del tramonto iracheno oppure "bombe che scoppiano in aria" al di sopra delle strade e delle case di Baghdad (naturalmente escluse dalla vista).
Ovviamente è stata la distruzione del World Trade Center che per prima ha imposto l'effetto "colpisci e terrorizza", e gli Stati Uniti ora mostrano, affinché tutto il mondo lo veda, che possono essere altrettanto distruttivi. I media sono rapiti dall'aspetto "sublime" della distruzione, e le voci di dissenso ed opposizione devono trovare un modo di intervenire su questa macchina onirica desensibilizzante che produce la distruzione massiccia di vite e case, centrali d'acqua, elettricità e calore come segno delirante di un potere militare Usa resuscitato. Abbiamo bisogno di immagini differenti, che mostrino gli effetti sulle persone in carne e ossa di questa distruttività, e abbiamo bisogno di voci differenti che affermino le proprie convinzioni e le proprie verità senza temere di essere oggetto di false accuse. Ma non possiamo farlo individualmente: bisogna che i media si risveglino dal loro sogno e vincano le loro paure. Altrimenti torneremo al maccartismo, quando la paura, la paralisi e la complicità con un governo illegale furono superate solo ricordando all'opinione pubblica che non può esserci esercizio di libertà senza dissenso.
I media che mettono in atto la strategia del "colpisci e terrorizza" informano sulla violenza producendo e capitalizzando la sua presunta irrealtà. Non c'è compito più urgente che rompere le costrizioni che oggi obnubilano l'analisi critica: che si tratti di una presunta infallibilità morale che si droga da sola, o del delirio del "colpisci e terrorizza". Il compito di restituire il carattere reale di questa violenza in tutta la sua povertà morale e distruttività umana, per poterla, infine, fermare.

(traduzione di Maria Luisa Moretti
Judith Butler

Judith Butler

Judith Butler (1956), statunitense, è una docente e filosofa femminista. Autrice prolifica, nella sua opera si è concentrata soprattutto sul tema delle particolarità di genere sia dal punto di vista etico che da quello politico. Con Feltrinelli, Corpi che contano (1996) e Critica della violenza etica (2006).

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