Se il razzismo contemporaneo non si basa sulla pretesa che esistano razze superiori e inferiori, ma sull'inferiorizzazione assoluta degli altri, giustificata in qualsiasi modo (razza, cultura, religione, educazione ecc.), la guerra che gli angloamericani combattono in Iraq è la più razzista dell'ultimo decennio. Ogni aspetto di questa guerra, dal tipo di strategia impiegata alla valutazione delle perdite, dallo sguardo dei media al trattamento dei prigionieri, è condizionato da un presupposto razzista: "noi" (occidentali) combattiamo secondo le (nostre) regole, mentre "loro" reagiscono in modo indegno, imprevedibile, non-umano, perché sono radicalmente diversi (selvaggi, terroristi, ecc.). È probabilente la precezione di questo razzismo radicale, più ancora degli altri motivi comunemente addotti, ad attivare l'opposizione alla guerra nel mondo arabo e a rinsaldare, nonostante Saddam, la società irachena.
È stato il razzismo, oltre alle illusioni dei servizi segreti e alle fandonie raccontate dai leader in esilio, a motivare l'iniziale e fallimentare strategia di Rumsfeld. Costui, illuso da consiglieri del calibro di Perle e Wolfowitz (i fondamentalisti tecnologici di Washington), pensava che un po' di bombe e una puntata nel deserto in stile Rommel o Guderian avrebbero fatto cadere il regime come un castello di carte. A nessuno è venuto in mente che l'Iraq è una società, non solo articolata e complessa come qualsiasi altra, ma anche e ovviamente gelosa di sé, delle sue abitudini e dei suoi costumi. Perché questi invasori alieni super-armati, talmente irti di tecnologia militare da sembrare astronauti, avrebbero dovuto essere accolti a braccia aperte da gente che, nonostante dodici anni di embargo feroce, ha visibilmente mantenuto un'esistenza ordinata, anche se infelice? Come si poteva pensare che una dittatura si regga solo sulla violenza, e non anche sulla capacità di organizzare la vita civile? Non aver formulato questi semplici quesiti ha avuto una sola conseguenza: partiti per rovesciare una dittatura, gli angloamericani si sono trovati contro un intero paese.
Razzista è la pretesa che il proprio modo di combattere sia legittimo, mentre quello degli altri no. Distruggere intere divisioni a suon di bombe, confidando sull'infinita superiorità della propria tecnologia, sarebbe lecito e umano, mentre nascondersi e colpire qua e là gli invasori sarebbe indegno? Disarticolare le infrastrutture di un paese con i missili, provocando vittime civili dirette e indirette, sarebbe marziale, mentre tendere imboscate ai marines sarebbe terrorismo? Ma non scherziamo. Anche se qualcuno crede nella favola della guerra "in forma" o secondo le regole, beh non sono solo gli iracheni a violarle. Chiunque sa, se vuol sapere, che centinaia (se non migliaia) di prigionieri "talebani" sono stati liquidati nel nord dell'Afghanistan con la connivenza o l'assistenza delle forze speciali Usa, ed è noto come in Vietnam nessuna delle due parti usasse fare prigionieri. Certo, torturare i prigionieri di guerra è infame ma, dopo Guantanamo, gli Usa non hanno certo le mani pulite in questo campo.
Nella grande maggioranza, i media occidentali non sono capaci di distanza rispetto a questo razzismo, implicito ed esplicito. Non si mostrano i volti dei marines caduti e i corpi di quelli uccisi, ma si esibiscono i corpi degli iracheni e, fino a un paio di giorni fa, quelli dei prigionieri.
Si commisera la sorte delle donne soldato prigioniere o disperse, magari specialiste o aiutanti, come se fossero delle civili capitate lì per caso. E che dire allora di un paese che sa offrire alle giovani più povere o senza speranza di lavoro solo una divisa e un fucile mitragliatore e poi le manda a morire nel deserto? Si mostrano in televisione i volti dei bambini iracheni feriti nei bombardamenti e le madri che piangono i figli morti, queste donne così simili alle nostre madri meridionali di ieri - e forse non c'è alternativa all'oscenità dello sguardo televisivo. Ma perché, allora, la pietà mediale deve essere a senso unico, rispettosa dei marines ma non delle loro vittime? E questi strateghi da tavolino, con le loro mappe e il ghigno saputo, questi esperti bolliti, queste murene da talk show! Non uno aveva previsto l'impasse nilitare, ma tutti a deprecare che gli esseri inferiori non ci stiano a soccombere. Prima non hanno detto una parola contro la guerra, e oggi vogliono che si concluda subito. Perché allora non ci illuminano sui costi umani del conflitto?
Dalla guerra del Golfo all'Afghanistan, il rapporto tra perdite occidentali e degli "altri" è stato in media di uno a cinquanta, per effetto del diverso volume di fuoco, ecc. Questo significa che se in dieci giorni gli angloamericani hanno perso un centinaio di uomini, gli iracheni ne hanno perso almeno cinquemila. Fate voi i conti, se la guerra dovesse durare, come i generali americani ammettono a denti stretti, tre mesi. Cinquantamila morti tra gli iracheni? Tutti feroci seguaci del dittatore, o non piuttosto fantaccini che combattono perché sono là, a casa loro, e non hanno alternative?
Nulla di nuovo sotto il sole, tranne che per un fatto banale, che nessuno ricorda più. Nessuno ha dimostrato che l'Iraq fosse implicato nell'attacco delle due torri. E quindi stiamo assistendo a una faticosa strage di innocenti, civili e militari. Sì, anche militari, oltretutto in grande maggioranza coscritti e non volontari, come i guerrieri tecnologici dell'occidente.
Su questa base morale di morte tecnologica e di razzismo, che gli altri (arabi, islamici, palestinesi, abitanti del resto del mondo) hanno compreso benissimo, c'è da chiedersi quale ordine ci aspetti dopo l'Iraq. A furia di teorizzarlo, lo scontro di civiltà eccolo qui, nella forma dispiegata del razzismo militarista. Ma quale civiltà? Schiller fa dire a Omero: "se il canto tace davanti allo sconfitto, io testimonierò per Ettore". Ma qui non si sono greci o troiani, e non parliamo di poeti o testimoni. C'è un'umanità che in grande maggioranza sta assistendo alla morte di massa dispensata senza onore e con giustificazioni puerili e ipocrite. Prima o poi, qualcuno ci presenterà il conto.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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