La strategia elaborata da nazioni pur civilissime come gli Stati Uniti e l’Inghilterra già prima dell’orrore delle due torri, e resa esplicita subito dopo, è allarmante. Dispiegare eserciti, portare la guerra metodicamente in aree sospette del mondo, dare la morte a uomini, donne e bambini è considerato, all’interno di questo piano strategico, una forma urgentissima di prevenzione. Il ferro e il fuoco sono somministrati ai popoli come una sorta di vaccino contro il Male. A forza di sangue e distruzione aree tradizionalmente inclini al dispostismo manderanno via i loro dittatori, abbracceranno la democrazia e non si lasceranno incantare dalla sirena del terrorismo.
Non si deve essere per forza pacifisti assoluti per considerare una strategia del genere una cosa da pazzi: basta essere persone sensate. Da quasi sessant’anni, da Hiroshima e Nagasaki, sappiamo tutti che ogni guerra locale può aprire la porta alla guerra atomica. E’ sentimento ampiamente diffuso che le guerre vanno in tutti i modi contrastate perché ogni piccolo conflitto armato può essere l’esca per la fine dell’umanità. Ma Bush e Blair pare che non abbiano più queste preoccupazioni e con loro un folto settore dell’opinione pubblica. La paura che "i cattivi" possano usare armi di distruzione di massa induce "i buoni" a programmare e attuare distruzioni di massa. Cosa è cambiato al punto da farci accettare negli anni piccole guerre a catena, una più inutile e pericolosa dell’altra, ognuna capace solo di generare bisogno di rivalsa e quindi altra violenza?
Niente. Ci si è solo persuasi che le guerre ora si possono fare senza grandi rischi, come se fossero comuni operazioni di polizia. Per esempio, la dissoluzione dell’Unione Sovietica avrebbe cancellato il pericolo della guerra nucleare, quasi che solo da lì potesse davvero partire l’ordigno-fine del mondo, come nel Dottor Stranamore. Per esempio, gli interventi armati sarebbero ormai interventi di estrema precisione militare: si estirpa il male e via, senza nuocere ai civili. Per esempio, si crede persino che una bomba atomica, se necessario, potrebbe essere sganciata senza troppi problemi per nessuno (in un film recente ne cadeva addirittura una in Usa, su Baltimora, e gli eroi della vicenda se la cavavano come se si trattasse di un episodio di routine).
In realtà le cose vanno molto peggio che in passato. Con la fine dei blocchi il rischio del finimondo è più elevato che mai, il caos degli armamenti è esponenzialmente cresciuto, gli stati legalmente autorizzati a ridurci tutti in cenere non sono meno pericolosi di quelli definiti fuorilegge.
La pace, insomma, è meno che mai una scelta e sempre più una necessità impellente.
Per mostrare che la sanno molto lunga, i sostenitori della guerra di prevenzione sospingono continuamente i pacifisti verso quesiti di questo tipo: mettiamo che un brutto attentato semini morte chimica nella città di Roma; tu che faresti, seguiteresti a invocare la pace?
Chi fa domande così o ritiene che basta un furto in casa propria per indurre gente civile a freddare a pistolettate tutti i ladri in circolazione per il mondo o ragiona come un esperto stratega della tensione. In entrambi i casi lo innervosisce che uno possa rispondere: sì, seguiterei a invocare la pace. Gli sembra che la volontà di pace sia una mollezza religiosa, una scemenza etica, una vigliaccheria, un luogo comune, una chiacchiera da salotto. Non capisce o non vuol capire che, per quanto di proporzioni gigantesche, per quanto capace di fare ampia strage, un attentato richiede un intervento di polizia e non un bombardamento, impone una risposta politica e non una guerra. Far saltare in aria un edificio o avvelenare un pozzo non è un atto di guerra, è piuttosto una disgustosa sollecitazione alla guerra. L’attentatore chiede: reagisci, vieni a stanarmi col tuo esercito, visto che t’ho colpito? E a chiunque stia a guardare inorridito domanda: da che parte stai; schierati; non si resta neutrali; vuoi fare la guerra al mio fianco o al fianco del mio nemico?
Per quanto dunque possa sembrare strano ai sostenitori della guerra preventiva, chi ha messo in conto di farsi saltare per aria distruggendo se stesso e altri ha come obiettivo scatenare la guerra; e l’ultima cosa che desidera è che uno resti coi nervi saldi e si rifiuti di disseppellire l’ascia.
I veri alleati del terrorismo sono i guerrafondai.
Non è dal mondo com’è che può venire la convivenza pacifica, è vero. Le ragioni della pace pretendono infatti un quadro politico nuovo, non l’immobilismo. La domanda di pace esprime alla lettera, non metaforicamente, una grande combattività. Chi vuole la pace, oggi, sa che si sta battendo per l’unico quadro planetario adatto a cancellare le ragioni che alimentano la violenza.
Il terrore scatenato dai singoli e le guerre combattute dagli eserciti sono invece accomunati dagli stessi effetti: lasciano sul terreno corpi dilaniati, corpi mutilati di inermi, nuove sanguinose ragioni per prendere le armi. Degli orrori causati da Bin Laden non mi sento responsabile, sento solo la pena delle vite sciupate. Ma di ogni bomba sganciata da aerei che portano il sigillo di un mondo che è il mio sì. Chi sceglie oggi la pace sceglie di coltivare con il proprio operato la densità umana e civile del suo mondo, soprattutto quando questo decide selvaggiamente di spogliarsene.
Mi è venuto in mente il nodo di Gordio. La storia di questo nodo è significativa. Gordio era il nome di un contadino frigio che, grazie a una profezia, diventò re e fondò una città a cui diede il suo nome. L’agricoltore per gratitudine consacrò a Zeus il suo aratro, che aveva il timone annodato con un nodo complicatissimo. Scioglierlo era così difficile che si decise di dare l’impero del mondo a chi ci fosse riuscito. Passò di lì Alessandro Magno, aspirante imperatore, e non ci perse nemmeno dieci secondi: sguainò la spada e lo tagliò.
Questo gesto è stato molto amato da certa posterità sensibile ai gesti plateali, tanto che se oggi si dice nodo gordiano viene subito in mente Alessandro che sguaina la spada e zac. Del contadino, del suo aratro e della funzione simbolica di quel nodo difficile è sbiadita la memoria. Perché? Perché questi comportamenti brutali e presuntuosi di militari piacciono tanto? Forse perché sembrano contenere chissà quale saggezza (si pensi all’uovo di Colombo) e invece trasmettono solo l’idea banalotta che grand’uomo è chi non perde tempo coi beoti ma taglia, rompe, spacca con decisione.
Il messaggio del contadino-re tuttavia non era banale e può essere sintetizzato così: "Chi pretende il comando del mondo deve avere la pazienza, la costanza, la sensibilità e l’intelligenza che ci vogliono per sciogliere questo nodo". Messaggio di grande saggezza, finito come al solito nel nulla grazie a un colpo di spada.
E’ pur vero, però, che la metafora dello sciogliere nodi ha conservato una sua positività, e il genere umano non si è ancora estinto solo grazie a chi si è sempre battuto perché i nodi non vadano tagliati ma sciolti. Certo non è cosa che ci si può aspettare da eroi e navigatori, forse nemmeno da santi. E’ compito della gente di buona volontà ricominciare da Gordio e impedire l’ottuso ricorso dei furbi alla spada. La pace, alla fine, è il buon governo della complessità. La guerra è il trionfo criminale della semplificazione.
Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto l’insegnante e il redattore delle pagine culturali del ‟Manifesto”. Oltre a opere narrative, ha scritto molti libri sulla vita scolastica (da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti e Auguri, professore di Riccardo Milani). Con Feltrinelli ha pubblicato Ex cattedra (1985, 1989, poi ampliato in Ex cattedra e altre storie di scuola nel 2006), Il salto con le aste (1989), Segni d’oro (1990), Fuori registro (1991), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo), Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (1995), La retta via. Otto storie di obiettivi mancati (1996), Via Gemito (2000, premi Strega e Napoli 2001), Labilità (2005, premi Flaiano e Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007); con Einaudi, Spavento (2009), Autobiografia erotica di Aristide Gambia (2011) Lacci (2014), Scherzetto (2016), Le false resurrezioni (2018); ; con minimum fax, Fare scene. Una storia di cinema (2010). Ha inoltre introdotto, per i “Classici” Feltrinelli, Cuore (1993) di Edmondo De Amicis, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1994) di Ugo Foscolo e Lord Jim (2002) di Joseph Conrad.

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