C´è una Medaglia d´oro che è morta per tutti, che non sarà messa nel conto dimezzato dei caduti amici o nemici, che sarà pianta senza se e senza ma da chiunque abbia un corpo umano, e in mezzo al corpo due polmoni, obiettivi sensibili.
Il medico italiano Carlo Urbani era uno di quegli apolidi per vocazione che la professione spinge a spaesarsi, perché combattere i virus è una sfida globale, bisogna inseguirli sui charter, bloccarli negli aeroporti, snidarli da corpi sconosciuti e remoti, studiarli laddove si attendano, sul fronte vasto e mobile della Terra. La figlia piccola parlava solo vietnamita, le prime parole d´italiano che dovrà imparare sono quelle del lutto e della consolazione, nel paese delle Marche dove la famiglia Urbani ha fatto ritorno per i funerali del padre. La moglie è forte e solidale, sapeva e condivideva, un virologo che sceglie di assistere soprattutto i poveri, in paesi poveramente muniti di strutture sanitarie, può anche morire sul campo.
Così è caduto il dottor Urbani, quasi parando con il petto le prime raffiche di polmonite virale atipica, e le inevitabili metafore belliche, o antibelliche, pullulano attorno alla sua storia esemplare. Impossibile, per altro, evitare la percezione della sua consolante diversità, in un momento nel quale il mondo si trincera e si arrocca e ridiventa ostinatamente Nazioni, campi contrapposti, Ovest e Est, Cristianità a Islam. Leggete semplicemente le intestazioni, sopra la bara del medico Urbani: Medici senza frontiere, Organizzazione mondiale della sanità, addetto alla formazione professionale del personale medico del Terzo Mondo. Tutto parla di cosmopolitismo, di mansioni che scavalcano per natura le angustie politiche ed etniche, di sguardi e di pensieri che sono un lasciapassare incondizionato e incondizionabile, i popoli, ahimé, sono più permeabili ai virus che alla ragione, più alle epidemie che alla comprensione, la malattia e la morte guizzano da un capo all´altro del pianeta facendosi beffe delle differenze costruite dalle culture e dalle religioni, dai poteri e dalle discriminazioni.
Ci sono persone così, in giro per il mondo. Tante. In molti casi alle dipendenze di quelle istituzioni internazionali che ci paiono, specie adesso, pletoriche e inutili, come l´Onu o come la Fao, carrozzoni che spargono parole e denaro come gocce inavvertibili sopra il mondo arroventato dalla guerra e dalla fame. Ma poi generano (anche) figure come quella di Urbani, che si preoccupava di diffondere anche tra i colleghi dei paesi poveri la scienza medica, e allora ci si accorge che una fatica è comunque in corso, un tentativo esiste, e le mosse delle persone non sono regolate solamente dalla ubris economica o dalla baldanza militare.
E poi, sì, Carlo Urbani era italiano, e fa piacere dirne l´intraprendenza, la generosità, la curiosità scientifica, l´altruismo sociale, e imparare il nome del suo paese, Castelplanio. Si spende la parola "eroe", non si sa se gli sarebbe piaciuta, certo non arretrava, come si intende dalla sua lettera-testamento, di fronte a parole ugualmente intere e ingenue, come "sogno", "grandi orizzonti". In quello scritto c´è la semplicità intellettuale tipica di un tecnico, che non ha tempo o talento per approfondire il dibattito. Ma ci sono la passione e l´interezza di un umanista, un italiano umanista magari favorito, nella sua scelta senza frontiere, anche da quel "difetto" culturale del quale tanto si ragiona ad ogni conflitto, il non eccelso dosaggio di orgoglio nazionalista che ci portiamo in pancia.
Evidentemente, almeno nel caso del dottor Urbani, questa mitezza non è pavidità, non è comodità, non è imboscamento. Ci vuole coraggio da vendere, ci vogliono le palle, come direbbe un ufficiale dei marines, per sbattersi in giro per il mondo a maneggiare infezioni, sicuramente non diventando ricchi, sicuramente non per difendere ideologie o ragioni di Stato o appartenenze religiose. Ma per difendere, rischiando, i corpi degli uomini, e con speciale orgoglio quelli degli uomini poveri.
Il sette aprile il presidente Ciampi consegnerà alla vedova la Medaglia d´oro per meriti sanitari. Sarà un bel giorno per ragionare, con gentilezza ed emozione, sui talenti e le facoltà degli italiani bravi, che guardano al mondo con dimestichezza, senza spaventarsene, senza volerlo piegare a una ragione, e piuttosto piegandosi con curiosità sulle sue infinite differenze. Imparando che i polmoni sono uguali per tutti.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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