"Metterò fine all´anarchia delle armi, soltanto le forze di sicurezza saranno autorizzate ad averle, tutti gli altri gruppi devono consegnarle". Esordisce così, Abu Mazen, al suo primo discorso nei panni di primo ministro davanti al parlamento palestinese. Yasser Arafat, seduto al suo fianco, annuisce. Ma il raìs non ha mai osato lanciare una simile sfida: non ha mai minacciato di "disarmare l´Intifada", inevitabilmente con la forza. Né ha mai condannato la violenza con la sintetica, ferrea formula usata dal neo-premier: "Respingiamo il terrorismo, da qualunque parte provenga, in qualunque forma si manifesti. Crediamo che simili metodi non giovino a una giusta causa come la nostra, e che al contrario la distruggano".
Peccato che gli estremisti non ci pensino nemmeno, a deporre tritolo e kalashnikov. "Se Abu Mazen vuole le armi, venga a prenderle, non le cederemo mai, servono a difendere il popolo", rispondono gli integralisti di Hamas. E identica è la reazione della Jihad islamica. Tra il primo ministro e le organizzazioni radicali si profila dunque una guerra aperta, adesso che il parlamento palestinese ha formalmente confermato il suo governo. Ieri sera i deputati gli hanno votato la fiducia con un´ampia maggioranza, 51 a 18: nonostante le polemiche tra chi lo accusava di essere un "servo degli americani" e chi gli rimproverava di non avere rivoluzionato abbastanza il sistema. Del resto, dopo averlo ostacolato a lungo dietro le quinte, alla fine Arafat ha chiesto pubblicamente ai legislatori di sostenere il suo "fratello e amico di vecchia data".
Comincia così una "nuova era". Forse non è la fine del 74enne Arafat, che rimane pur sempre il presidente eletto dal popolo e, da quattro decenni, il simbolo della lotta per l´indipendenza. Ma il suo potere verrà indubbiamente ridotto dalla presenza, inedita, di un primo ministro dotato (sulla carta) di ampia autonomia. Co-fondatore e dirigente storico dell´Olp, tra gli architetti del processo di pace (molti pensano che meritasse anche lui il Nobel, insieme a Rabin, Peres e Arafat), Abu Mazen è un po´ più giovane (68 anni) e parecchio diverso dal raìs. All´università (di Mosca) scrisse una tesi per il dottorato in storia in cui riduceva a meno di un milione le vittime dell´Olocausto; ma da uomo maturo ha creduto nel dialogo e nella coesistenza pacifica con Israele. Pragmatico, concreto, moderato, quanto Arafat è emotivo, astratto e populista: dalla convivenza di questa "strana coppia" dipenderà il futuro dei palestinesi.
All´incirca un anno fa, dopo l´ennesima ondata di terrorismo, erano stati Israele e l´America (seguiti da Europa, Russia e Onu) a porre l´ascesa di un nuovo interlocutore, più credibile di Arafat, come condizione per la ripresa del processo di pace. Ma ora che è accaduto non è chiaro se l´arrivo di Abu Mazen riuscirà davvero a rimettere in moto la trattativa. Israele mette già le mani avanti. "Lo giudicheremo dai fatti, non dalle parole", dice il portavoce del primo ministro Sharon, che ha deciso di rinviare a data da destinarsi il preannunciato incontro con il nuovo leader palestinese. Un po´ più positivo il ministro degli Esteri Shalom: "Il programma esposto da Abu Mazen è un buon inizio, se verrà realizzato". In ogni caso, aspettando di vedere se Abu Mazen farà la guerra al terrorismo, continuano a farla alacremente le forze israeliane: cinque i palestinesi uccisi ieri, tra cui due capi delle Brigate al Aqsa e del Fronte Popolare, in scontri a fuoco, "omicidi mirati" e attacchi di elicotteri.
Mentre da un lato mette l´accento sul terrorismo, dall´altro tuttavia il governo Sharon sorvola sulla parte del discorso di Abu Mazen che chiama in causa Israele: "Lo Stato ebraico deve scegliere, o una pace autentica o la continuazione dell´occupazione", afferma il premier. "Il prezzo della pace è l´evacuazione delle colonie". E così dicendo mette il dito sull´altra tremenda piaga, oltre agli attentati, di questo conflitto. La "road map", il piano di pace preparato dalla comunità internazionale, pone lo smantellamento delle colonie in cima alla lista delle condizioni che Israele deve adempiere per giungere a un accordo. Ora che il governo Abu Mazen è entrato in carica, gli Usa promettono di inviare al più presto la "mappa della pace" a israeliani e palestinesi. Ma davanti a Sharon che chiede di apporvi almeno 15 correzioni e ad Abu Mazen che avverte di non voler accettare "alcun cambiamento", nessuno sa come si comporterà l´America, vero arbitro della partita. Per ora, dà l´impressione di prendere tempo: il segretario di Stato Powell sarà in Medio Oriente nei prossimi giorni, ma ha cancellato la prevista tappa a Gerusalemme. Ci verrà un´altra volta, forse a metà maggio.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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