Cipollini come Binda, settant’anni dopo. Forse già da oggi il Cipolla supererà il primo vero campionissimo, lo stuccatore di Varese che stravinse ovunque. Ma, intanto, siamo pari: 41 a 41. Tante sono le tappe che hanno conquistato al Giro d’Italia. Binda aveva 31 anni quando, nel ’33, ne vinse 6, le ultime. Cipollini è un magnifico trentaseienne, e ieri ad Arezzo, con un allungo pauroso ce l’ha fatta, quando pochi ormai ci credevano. Binda è morto nell’86, il Re Leone continua a ruggire. E soprattutto a correre. Due esempi sublimi e diversissimi di quella che Brera, parlando di Coppi, definiva una «meravigliosa fusione con quell’astruso aggeggio che è la bicicletta». Diversissimi in un’Italia diversa. Quella fascista in cui gli assi del pedale, al massimo, osavano fare un baciamano alle loro tifose, costrette a starsene alla larga dalle gare come imponevano le regole del gioco. Quella berlusconiana e globale in cui i campioni si girano a fare l’occhiolino alle fan in delirio. 
Diversissimi. L’uno, Alfredo, compassato e modesto figlio di contadini lombardi, emigrato giovanissimo a Nizza come stuccatore, non vide l’ora di tornare a casa («Cittiglio è sempre stato il mio mondo», disse) quando capì che la forza della sua mitica «pedalata rotonda» poteva dargli da mangiare. L’altro, «le beau Mariò», anche lui figlio di un contadino (Vivaldo, di San Giusto di Compito, diventato un dio della potatura degli ulivi). Anche lui emigrato, ma a differenza di Binda non per necessità. E non da operaio a Nizza, ma da miliardario a Montecarlo, dieci anni fa, quando il ciclismo ormai gli aveva dato quasi tutto. Così, alla corte del principe di Monaco, ha deciso di trasferire anche la moglie e le figlie (due, come Binda). 
L’uno era cauto per natura, sobrio come i lombardi migliori, nella sua parlata lasciava scivolare strafalcioni sintattici e calchi dialettali. E con la stessa cadenza, probabilmente, chiese alla sua futura moglie, figlia del suo migliore amico, un meccanico di Varese: «Lei sposerebbe uno come me?». La ragazza, molto più giovane di lui, gli rispose: «Un conto è lei, un conto è uno come lei». L’altro è un toscanaccio estroso, irascibile, spettacolare per partito preso, interista ma vincente, poco propenso al vernacolo. 
E poi c’è la tecnica, a farli diversi, opposti quasi. Binda non aveva specialità, perché era il più forte di tutti in salita come in volata, scalava e accelerava quando e come voleva (nel ’30 accettò di guadagnare 12.500 lire pur di non correre il Giro, perché la sua superiorità avrebbe «ammazzato» la gara). Supermario è super solo come velocista, il migliore, anche se un Petacchi qualunque gli ha fatto pensare che forse era arrivato il momento di smettere. Per la verità, il ritiro l’aveva annunciato ma poi ci ripensò. Lui è fatto così, a strappi, come la sua pedalata. Può sfondare il lunotto di un’auto scaraventandogli addosso la bici. In corsa può annaffiare una telecamera con l’acqua della borraccia. Può rifiutarsi di vestire la maglia ciclamino. 
Diversissimi. Binda rimane immortalato in una celebre foto che lo raffigura immerso in uno strato di fango, mentre morde un tubolare della sua bicicletta sfasciata. Le immagini più note di Cipollini sono il suo fisico perfetto, che appare in televisione vestito dagli stilisti più celebrati; oppure il suo sorriso con la dentatura rifatta dopo una rovinosa caduta in Spagna, i capelli ben curati e inumiditi dal gel, la barba poco rasata; oppure le fantasiose tute variopinte (molti ricordano quando si presentò in partenza con un completo anatomico su cui erano stampate tutte le fibre muscolari, oppure quando salì sul podio con la maglia di Ronaldo). Mentre i suoi compagni quando tagliano il traguardo sembrano invecchiati di vent’anni, il Cipo è sempre lo stesso, impeccabile, come fosse appena uscito dal barbiere. Un magnifico trentaseienne che fa impazzire le donne giovani e no. «Potessi sta’ con a lui - diceva ieri un suo tifoso - anche solo per gonfiargli le gomme sarebbe un piacere, con tutti quei pezzi di figliola che gli stanno dietro...». 
Diversissimo da Binda. Ma simile a lui. Le donne stavano dietro anche a Binda e anche Binda, come il Cipo, aveva una passionaccia per le auto veloci e per i cani. Ma soprattutto simili per la «meravigliosa fusione con quell’aggeggio strambo che è la bicicletta». Del resto, è stato Cipollini a dire: «Finché io e la bici ci sentiremo di poter andare ancora d’accordo, andremo avanti». Parole che potevano uscire, sia pure con una pronuncia diversa, anche dalle labbra di Binda.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>