E’ comprensibile che Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso undici anni fa da Cosa nostra, dichiari tutto il suo sconcerto per la concessione degli arresti domiciliari al pentito Enzo Brusca e lo affidi all’ironia amara che definisce il provvedimento del tribunale di sorveglianza di Roma "un regalo alla memoria di mio fratello Giovanni". E si capisce anche il "turbamento" di Rita Borsellino, sorella di Paolo, assassinato a distanza di 54 giorni dall’agguato di Capaci, nel veder tornare libero (o quasi) l’uomo che confessò di aver ucciso, tra gli altri, il piccolo Giuseppe Di Matteo. E’ inutile negarlo: ci sono crimini che nell’immaginario collettivo scavano un fossato difficilmente colmabile con la pratica del perdonismo. Nella memoria dei familiari delle vittime, poi, è sempre ristretto lo spazio destinato alla fredda e razionale valutazione dei fatti.
Ciò che risulta meno comprensibile, invece, è l’ondata di sdegno che trasuda dalle dichiarazioni del mondo della politica e degli addetti ai lavori. Fino a giungere all’annunciata ispezione ordinata dal ministro della Giustizia negli uffici del tribunale di sorveglianza di Roma, con l’incarico di accertare se per caso i raccapriccianti ed efferati delitti commessi da Enzo Brusca siano stati cancellati dal successivo ravvedimento dell’esponente mafioso.
Forse è bene ricordare che la ritrovata libertà del collaboratore non è frutto di un giudizio morale sul suo "ravvedimento". Il tribunale ha semplicemente applicato una legge dello Stato. Una legge che, prima di diventare tale, è stata dibattuta per quattro lunghi anni finendo per essere approvata nel febbraio del 2001 col voto unanime del Parlamento e l’unico pronunciamento contrario di Antonio Di Pietro. E sarebbe bene non dimenticare che questa legge rappresentò un vero e proprio giro di vite restrittivo rispetto alle precedenti norme sui pentiti - fortemente volute da Falcone e Borsellino - che concedevano ai "collaboranti" la pressoché totale impunità, sul modello del "contratto" che le autorità statunitensi applicano ai pentiti di mafia. Per effetto delle nuove disposizioni del 2001, infatti, furono nuovamente arrestati tutti quei collaboratori che, come prescrive la legge, non avevano scontato almeno un quarto della pena ma stavano in libertà. Evidentemente Enzo Brusca rientra fra gli aventi diritto alla legislazione premiale, approvata all’unanimità, e gli sono stati concessi gli arresti domiciliari, non dai pm che a Palermo e in altre Procure lo avevano utilizzato per le indagini ma da un tribunale terzo. Per questo suona un tantino ipocrita definire orrendo crimine il provvedimento dei magistrati romani.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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