Dopo il tempestoso "sì" di Israele alla road map, George W. Bush si prepara a convocare ben due summit mediorientali nello spazio di pochi giorni, e di poche centinaia di chilometri. Fonti diplomatiche indicano che la settimana prossima il presidente inviterà il primo ministro israeliano Sharon e il primo ministro palestinese Abu Mazen ad Aqaba, la città della Giordania in riva al Mar Rosso; e probabilmente 24 ore più tardi il capo della Casa Bianca incontrerà i leader dei paesi arabi moderati a Sharm El-Sheikh, la stazione balneare del Sinai egiziano. Bush avrebbe preferito riunire i due appuntamenti a Sharm; ma Sharon ha fatto resistenza, opponendosi a un vertice in Egitto "per l´aperta ostilità dimostrata dal presidente Mubarak nei confronti di Israele".
In ogni caso il doppio vertice segna il ritorno del presidente degli Stati Uniti a un ruolo di attiva mediazione di pace, tramontato con la fine della presidenza Clinton. Il giorno dopo l´approvazione della road map da parte del governo Sharon, la maggioranza dei commentatori israeliani spiegano la decisione appunto come un risultato delle crescenti pressioni degli Usa: "Sharon non ha potuto dire di no a Bush". Ma i pareri si dividono su quello che il premier farà adesso. La sinistra non crede che applicherà veramente le misure previste dal piano di pace internazionale: "La possibilità che Sharon ritiri l´esercito e smantelli le colonie è uguale alla possibilità che Abu Mazen faccia scomparire il terrorismo", ironizza il quotidiano Maariv. E la destra, sotto shock per l´apparente conversione del suo beniamino, prega che sia proprio così. La novità "storica", osserva il quotidiano Yedioth Ahronoth, è che "per la prima volta la destra ha adottato le posizioni della sinistra" sul processo di pace: almeno a parole, oggi Sharon dice di volere le stesse cose per cui si batteva (e per cui fu assassinato) otto anni fa il laburista Rabin.
In effetti, incontrando ieri i quadri dirigenti del suo partito, il Likud, Sharon ha detto: "Occupazione è un termine che non ci piace. Ma questa è occupazione. Non possiamo continuare a tenere sotto occupazione tre milioni e mezzo di palestinesi. E´ una situazione che non può durare per sempre. Farò di tutto per raggiungere un accordo di pace". Anche se poi, rispondendo alla domanda di un rappresentante dei coloni, ha aggiunto: "Spero che lei possa continuare ad allargare il suo insediamento per i suoi figli, per i suoi nipoti e per i suoi pronipoti". Insomma, il dibattito su chi è Sharon e che intenzioni abbia rimane aperto. Un´incertezza riflessa dai sondaggi: il 56% degli israeliani appoggia la decisione di accettare la road map, ma il 51% non crede che porterà effettivamente alla pace. Il faccia a faccia tra i due primi ministri, previsto per ieri, è stato rinviato: Sharon e Abu Mazen dovrebbero vedersi domani. Sarà la prima verifica per capire se la road map, approvata a parole da entrambi, può diventare una speranza concreta. Sullo sfondo, però, il conflitto prosegue: ieri è morto un bambino palestinese di 11 anni, ucciso dall´esercito a Gaza. La "mappa della pace" non ha fatto in tempo a salvarlo.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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