Il compositore italiano che ha cambiato la musica, il rapporto della musica con tutte le forme dell’arte, con l’insegnamento e con il pubblico di tutto il mondo. È morto ieri a Roma.
Una delle pagine musicali più belle di Luciano Berio è il suo «restauro» - così amava chiamarlo - di un frammento di Schubert. Ne ascoltavamo insieme le prove alla Brooklyn Academy of Music. E l’ho sentito dire una frase che fa luce su tutto il suo lavoro: «Mi importa il momento in cui il silenzio diventa suono. Mi importa il momento in cui il suono si trasforma in silenzio».
Tanti anni prima, ai tempi dello studio di fonologia musicale della Rai di Milano, tempi inimmaginabili oggi, in cui la Rai faceva cultura in modo libero e disinteressato, quando un Berio giovane, tempestoso e dominatore conduceva il gioco (con Umberto Eco, Bruno Maderna, Stockhausen, Boulez, Pusseur) il gioco del silenzio era, allo stesso tempo, una beffa giovane e una dichiarazione d’avanguardia. John Cage, il guru di tutte le avanguardie, che Berio aveva portato a Milano e che noi ci portavamo in giro come un Dalai Lama, si sedeva al piano e restava in silenzio. Oppure sbatteva le mani sul piano come una frustata. Una volta sola, per rompere e far tornare il silenzio. E non ci restava che la tosse del pubblico e le facce stupite.
Per noi tutto cominciava in quel punto, a cavallo fra il prima e il silenzio. E benché fossimo tutti travolti dall’infatuazione degli anni (tanto prima dei trenta) e dalla voce unica al mondo di Cathy Berberian che allora era la moglie di Berio ed era il suono di tutto ciò che era nuovo al mondo, quella nostra infatuazione avveniva, come per uno strano miracolo, nel solo momento giusto. Prima c’erano Joyce e Schoenberg. Nei teatri c’era gente che aspettava gli elefanti dell’Aida per applaudire. Ma qui, intorno a Berio, c’era tutto ciò che stava nascendo. Intanto Sanguineti cominciava a estrarre il suo straordinario gioco di prestigio, il lungo fazzoletto di parole che avrebbe sparso sulla nuova musica, intanto Calvino auscultava incuriosito il nuovo alternarsi di silenzio e suono, intanto Eco era pronto per un primo gioco prodigioso. L’«omaggio a Joyce», concerto per voci a cui mi è accaduto di entrare anche con la mia voce. Berio schiariva come un vento la mattina della musica nuova. Del direttore d’orchestra aveva le spalle, le mani, i gesti imperiosi. Dell’intellettuale aveva la testardaggine. Del letterato i tavoli colmi di memoria, riferimento, cultura. Ma sotto scorreva veloce il torrente dell’invenzione che a momenti si ingrossava e tracimava ogni consuetudine e luogo comune.
Era come una comunità in case borghesi, come un ashram in ufficio (gli uffici della Rai, fra impiegati stupiti, dirigenti intimiditi e nessun politico in vista) come un conversatore ambulante, fra sintetizzatori, voci umane, quaderni d’autore, nomi e volti che sarebbero diventati celebri. E il suo, che rimbalza subito in America. Che diventa il docente del Julliard College of Music, che cambia aria, lingua, teatri e occupa il centro della vita musicale newyorkese (chi può più contare i suoi allievi discepoli?), dirige il laboratorio di ricerca della musica con Pierre Boulez a Parigi. È il compositore occidentale più amato in Giappone e abitua le sale da concerto, allena il pubblico a quel suo respiro capace di delicatezze infinite e di gesti possenti che cambiano, fondano, negano, sconvolgono e aprono percorsi dove prima non c’era niente.
Lui era impegnato con la letteratura e la matematica, immerso nel prima e nel dopo, in un fermento di citazioni di una tale ricchezza da spazzare percorsi dell’ erudizione e del riferimento colto. Tutto in lui diventa nuovo, tutto in lui apre e scopre e sconvolge. Ma lo riconosci sempre e vuoi abitare con lui perché nel suo spazio vasto c’è il nuovo, e il nuovo secondo Berio cambia il mondo. Questa è la sua moralità.
La sua musica ha trascinato la cultura in una corsa durata decenni in cui tutto è cambiato. E intanto metteva radici profonde. Insieme abbiamo fatto (lui con Vittoria Ottolenghi) un programma per ragazzi unico e senza seguito negli anni Settanta. Si chiamava «C’è musica e musica», e di colpo ti rendevi conto, guardandolo spiegare ai bambini, il rapporto che lega grandezza a semplicità, la chiarezza e il mistero della musica, l’emozione e la razionalità limpida e fredda da giocatori di scacchi.
È passata una vita, e siamo giunti al momento, grande e misterioso, in cui il suono torna silenzio. Siamo insieme come allora. Ma è solo un modo per dire la tristezza, il vuoto, e il rimpianto.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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