Ore 15,20. E' un pomeriggio di festa, all' Idroscalo. Ultima tappa del Giro d' Italia. Crono fino a Piazza del Duomo. Maglia rosa scontata. Coppiette sdraiate a prendere il sole come se fosse estate, bambini che chiedono gli autografi ai ciclisti, le tende delle squadre allineate sul percorso a fianco del laghetto artificiale, villaggio di partenza formicolante di cappellini e t-shirt rosa. I primi corridori sono partiti poco dopo l' una. Si aspetta solo che prendano il via Popovych e Garzelli, per il brivido del secondo posto. Gilberto Simoni, detto Spider-Gibo, sorride ai tifosi, assiepati alle transenne della Saeco. Sta pedalando da fermo seduto su una bicicletta dipinta di rosa per l' occasione. Riscaldamento. Parla del suo trionfo, del suo paese, Palù di Giovo, del Tour che verrà. Quando si avvicina Claudio Gregori, il giornalista de La Gazzetta dello Sport, si prepara a rispondere all' ennesima domanda sulla sua vittoria. Ma non è così. "Che cosa penseresti se ti dicessi che qui a Linate è appena precipitato un aereo?". Gibo spalanca gli occhi, smette di pedalare, balbetta: "Non lo so". Non capisce. Dai tifosi si alza qualche urlo: "Ma lascialo tranquillo...". Gilberto riprende a pedalare, mentre intorno è tutta un' agitazione di occhi che si voltano a guardare il fumo nero poco distante. "Là, là, lo vedi là?". Alla Lampre, anche Vladimir Belli sta facendo riscaldamento, con il suo direttore sportivo: "Abbiamo visto qualcosa che ondeggiava in cielo, c' era un rumore strano e subito dopo un fumo nero". In quel preciso istante, il velocista Alessandro Petacchi (squalificato) si trova su una macchina della Fassa, sta seguendo il compagno di squadra Kim Kirchen, appena partito. Dal sedile posteriore qualcuno gli dice: "Ma guarda che nuvola nera...". Esattamente in quel momento, l' auto è passata nel punto del percorso più vicino al capannone della Effegi in fiamme. "E' precipitato un aereo, è precipitato un aereo...". L' ucraino Serhic Honchar, vincitore della tappa, partirà poco dopo le quattro, quando ormai il villaggio è scosso da un brivido freddo e ancora non si sa molto dell' entità dell' incidente, del numero dei morti. Arrivato al Duomo, dirà: "Non sono riuscito a mantenere la concentrazione, ci ho pensato per tutta la gara e facevo una gran fatica a pedalare dopo tutta l' agitazione e l' ansia dell' Idroscalo". Alle 15,20 Damiano Cunego stava percorrendo il terzo chilometro: "Ho visto un aereo un po' storto e molto basso, poi il fumo, ho capito quel che stava succedendo, ma non potevo far altro che continuare a pedalare". Alcune squadre sono riuscite a tenere i ciclisti all' oscuro dei fatti, per non comprometterne la concentrazione. Pietro Caucchioli, per esempio, appena tagliato il traguardo dice frasi ovvie, ma sentite: "Ero contento di essere finalmente arrivato in Piazza del Duomo, ma questa notizia mi ha rovinato la festa, è difficile pensare allo sport in queste circostanze". Nel caos provocato dal fumo e dall' agitazione, mentre al villaggio tutti i nasi erano rivolti verso il fumo compatto che saliva al cielo, per un attimo gli organizzatori si sono chiesti se non fosse il caso di interrompere la gara. Ma l' incertezza è durata pochi minuti. L' ispettore di percorso Giorgio Camera racconta che nel momento dello schianto si trovava sulla sua macchina al settimo chilometro: "Ho ricevuto una chiamata dalla polizia comunale di Milano che mi chiedeva di andare a verificare se l' incidente era avvenuto troppo vicino al percorso. Allora sono tornato indietro, mi sono reso conto che il punto più vicino era a circa duecento metri e che quindi si poteva continuare nonostante la tragedia". Qualcuno ha insinuato che forse la gara andava sospesa, perché i ciclisti erano sotto choc, ma i più schietti (o i più duri di cuore), tra cui il team manager della De Nardi Gianluigi Stanga, hanno ammesso che "la concentrazione sulla gara per i corridori supera sempre ogni ansia". Non così per gli spettatori. Le prime notizie parlavano di un aereo di linea e il brivido iniziale che, malgrado il sole estivo, ha gelato l' Idroscalo è presto diventato un incubo. E c' era persino chi gridava all' attentato e chi già contava centinaia di morti. Così, molti che accorrevano verso la partenza di Gibo hanno preferito fare marcia indietro e dirigersi a Canzo. Ognuno a suo modo raccontava di aver visto il velivolo impazzito virare e inabissarsi di colpo. Mentre Simoni parlava del Tour e Honchar pedalava verso il Duomo, tre giovani, Donato Francesco e Antonio, lavoravano sul tetto del caseificio Sapori del Sud, proprio accanto al capannone dell' Effegi. "Abbiamo sentito un boato fortissimo, ci siamo girati e abbiamo visto un bireattore bianco che barcollava verso di noi. Uno spavento terribile".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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