Non so perché, ma l’eventuale arrivo di David Beckham in Italia (mettiamo: all’Inter di Moratti) ha l’inconfondibile aroma di un copione scontato. Festoso atterraggio a Linate tra tifosi genuflessi, rotocalchi sovreccitati per l’arrivo della Spice consorte, casa trendy in quartiere trendy (Brera non è Chelsea, in compenso costa tanto quanto), poi un rendimento così così, illuminato da qualche colpo magistrale tipo quei cross a banana che arrivano già pronti per l’inzuccata di Vieri, la prima convocazione inopportuna (due giorni prima del derby) per la nazionale inglese, la prima sostituzione tattica, le prime polemiche, lo spogliatoio che si dà di gomito e sogghigna, la partenza estiva per Barcellona o Madrid. Il Milan ha appena vinto la Champion’s tenendo Rivaldo (vivace come Tutankamen) in panchina, la Juve ha caricato lo scudetto sulle spalle dei faticatori come Zambrotta e degli spazzini d’area come Montero, ma il calcio italiano sente ancora il fascino dei nomi strillati: divo anche fuori dal campo, Beckham ha tutto per diventare amico di Briatore, forse non ha abbastanza per cambiare il corso di una stagione. Dicono gli esperti di queste cose che i Bechkam danno al calcio valore aggiunto. Il problema è che è aggiunto: libri, magliette, spillette, l’indotto che fibrilla. Ma il campo di calcio non sempre si misura in titoli a nove colonne (sette, nel caso dei mitici tabloid inglesi), e anzi i calciatori più titolati sono spesso i più immediatamente sospettabili di avere sprecato energie e fiato in bagordi più o meno leciti. O magari solanto di avere girato un spot della Cepu di troppo. Beckham, poi, da questo punto di vista ha ampiamente rotto gli argini della routine. Se un Cannavaro è diventato testimonial emerito della telefonia (non si sa se come panchinaro di Megan Gale, o viceversa), uno come Beckham è l’icona vivente del calciatore da spot, quasi da offuscare Ronaldo. Bello, ricco, sposo di star, lanciatore di mode e di pettinature, già in partenza è condannato a non poter replicare sull’erba la stessa mole di successi raccolti sotto i riflettori. Spagnoli e italiani, con i loro club doviziosi, paiono intenzionati a contenderselo, anche se una perfida battuta di Galliani già lo etichetta «adatto all’Inter». Moratti, generosissimo, si è fatto una notevole fama come impresario di campioni mirabolanti e ingombranti, buoni per fare avvampare di speranza i precampionati ma difficilissimi da assemblare. La recobizzazione di Beckham potrebbe essere l’incubo degli inverni milanesi, l’estetica sontuosa finisce per diventare controproducente quando il bello gira a vuoto, al fuoriclasse non si perdona lo svarione o la pausa di riflessione. Ma tutto questo, naturalmente, è solo illazione. Sicuramente Moratti (e Galliani, che fa lo spiritoso ma ha sul groppone Rivaldo) punteranno su solidi rinforzi dal nome meno eclatante. Sicuramente l’Inter ha imparato la lezione, meglio poche superstar e parecchi normaloidi dal fiato infinito e dalle rare distrazioni. Sicuramente Beckham rimarrà una delle tante chiacchiere estive. A meno che la signora venga a sapere che tenere casa a Brera è una cosa molto, molto pittoresca.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>