"Saddam è un padre amoroso, attento, un amico prima di tutto. Preghiamo perché Allah lo protegga, vogliamo che sappia che lo amiamo e lo rispettiamo". Prevalgono i legami di sangue sulle traversie politiche nelle prime interviste rilasciate dalle due figlie di Saddam Hussein, Raghad (36 anni) e Rana (34), accolte in esilio con i 9 figli ad Amman l' altro ieri. Alla Cnn e alla tv araba Al Arabiya, le due donne hanno raccontato con voce calma e composta le ultime ore della famiglia nella fase finale della guerra. "Non possiamo dire dove si trovi nostro padre. E se lo conosciamo bene, non ci dirà mai il suo nascondiglio. L' ultima volta che lo abbiamo visto fu il giovedì prima dello scoppio della guerra (il conflitto iniziò giovedì 20 gennaio, dunque le due donne si riferiscono al 13 marzo, n.d.r.). Poi il 9 aprile abbiamo incontrato nostra madre assieme a nostra sorella più giovane Hala e a nostra cognata e amica, moglie di nostro fratello Qusay. Fu un incontro drammatico. I nostri figli hanno età simili, sono amici tra loro. Il distacco fu difficilissimo, piangevamo, ci abbracciavamo, non sapevamo quando ci saremmo rivisti. Poi ognuno andò per la sua strada, scelse da solo il suo destino", raccontano. Ai reporter di Al Arabiya specificano che nella notte tra l' 8 e il 9 aprile loro due erano assieme in una residenza nel quartiere benestante di Al Mansur, dove tra l' altro proprio quel giorno in molti segnalarono la breve apparizione di Saddam in compagnia dei figli Uday e Qusay. "Nel buio ascoltavo i combattimenti nella tromba delle scale. "Ormai è finita, terminerà presto", dicevo a mia sorella - ha raccontato Raghad -. Poi, verso mezzogiorno, mio padre ha mandato alcune vetture che ci portassero via". Raghad si è dimostrata più pronta a ripetere le accuse, già avanzate dallo stesso Saddam e da alti dirigenti del partito Baath, per cui i generali iracheni si sarebbero rifiutati di combattere quando le truppe Usa si avvicinarono ai reggimenti della Guardia Repubblicana concentrati attorno a Bagdad. "Mio padre è stato tradito dalle persone di cui si fidava di più. Così facendo non hanno tradito solo lui e la nostra famiglia, ma prima di tutto il nostro Paese". No comment invece sull' assassinio dei rispettivi mariti, Hussein e Assad Kamel, fatti massacrare da Saddam dopo che i due erano fuggiti in Giordania accettando di essere interrogati dall' intelligence statunitense nel 1995. E ancora no comment sulla morte dei due fratelli, Uday e Qusay, caduti in un' imboscata americana il 22 luglio a Mosul. Le due si sono invece dilungate nel magnificare la "bontà" del padre. "In genere le figlie sono più vicine alla madre. Ma nel nostro caso nostro padre era un amico, sempre pronto ad ascoltare e dare consigli". Rana ha parlato dei motivi che le hanno spinte a fuggire Giordania: "Qui è casa nostra. Ci siamo venute nel 1995 e siamo state ricevute come parte della famiglia da re Hussein. Oggi la famiglia reale di Abdallah II ci ha accolto a braccia aperte. Li voglio ringraziare pubblicamente. Per la prima volta dai quattro mesi che ci separano dallo scoppio della guerra ho appoggiato la testa su un cuscino e mi sono sentita sicura, tranquilla, pronta a iniziare una vita nuova. In Iraq non voglio tornare, per almeno 10 anni non ci voglio più mettere piede, ho sofferto troppo". Non manca neppure un accenno al "passato felice", prima della fuga con i mariti in Giordania nel 1995. "In Iraq la nostra era una famiglia modello. Ci ammiravano tutti. E facevamo una vita abbastanza normale". Il giornalista di Al Arabiya ha raccontato che, a intervista terminata, le due donne hanno pianto per la rabbia e l' emozione perché era stato loro promesso che non ci sarebbero state domande sui mariti e sui fratelli morti. Ma entrambe non si sono mai scomposte e hanno terminato pregando Allah perché "protegga e difenda nostro padre". "Penso a lui tutto il tempo", ha dichiarato Raghad. E ha aggiunto: "Non ho problemi nel parlare con gli americani, tanto non potranno mai sapere da me dove si trovi mio padre. Per il semplice fatto che non ne ho la più pallida idea".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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