Non è una partenza. E´ un decollo verticale su una superficie ruvida e senz´acqua, lungo una pietraia abbacinante, sovraccarica di odori, ustionata come da acido solforico. Saliamo lenti, controluce, in un caldo turco, ma con addosso il piacere clandestino dell´avventura dietro casa, assolutamente soli su una strada segnata da paracarri antichi. Alpi, terra incognita. Poco più in basso, migliaia di macchine arrostiscono in coda per la Dalmazia. E milioni di cicale ronzano tra la salvia e il rosmarino.
L´inizio delle Alpi non sta segnato su nessuna guida. Figurarsi la strada per arrivarci dal mare. Così dobbiamo tracciarla noi, un po´ a occhio. La più diretta parte dal fiordo di Buccari, sale lungo pendii invasi da arbusti spinosi che un tempo furono vigne. "Facevano un gran vino marsalato", spiega la mia guida, Vieri Pilepic di Fiume. E mostra una scaletta che, bucando i pastini invasi dalla macchia mediterranea, raggiunge la nostra strada. La via Carolina, fatta da Napoleone. Grande e dimenticata.
Una vista formidabile. Basta alzarsi di poco per volare con lo sguardo come in deltaplano. Eccolo, il mare dove finì la corsa degli Argonauti. All´orizzonte, le isole di Cherso e Lussino, dette Absirtidi perché nate dalle membra di Absirto. Era il figlio che Medea fece a pezzi fuggendo via mare con Giasone, per rallentare l´inseguimento del re della Colchide, derubato del vello d´oro. Più sottocosta, Veglia e Arbe, dette Electrides, perché qui arrivava l´ambra dalle foci della Vistola, e in greco "ambra" si dice "Elektron".
Un terreno calcinato, quasi libico. Non una "konoba" (locanda), non un bar, non un chiosco con bibite. Ma sui seicento metri tutto cambia. Prati, vacche, tigli, primi abeti, prime legnaie sulla strada, prime casette col tetto a spioventi acuti per la neve. Oltre la frazione di Benkovac, il primo scollinamento a quota 900, il mare sparisce all´altezza di un crocefisso ligneo sulla strada. Ed è Fuzine, con l´alberghetto che ti serve il famoso gulasch di cacciagione in salsa di mirtillo. Ci siamo quasi. Oltre, a Sudest del Risnjak, il Monte delle Linci, ultimo bastione alpino, c´è la nostra sella. Si chiama Vrata, che in slavo vuol dire porta. Ed è una porta per davvero, che ti schiude l´universo danubiano.
Ci sentiamo arrivati e invece è solo l´inizio. Vrata può essere ovunque in questo labirinto di colline e boschi scuri, quasi carpatici. C´è un paesotto con quel nome, un po´ di case allineate lungo la strada per Delnice e Zagabria. Ma noi non ci accontentiamo. Vogliamo sapere il luogo esatto e dire: qui si comincia. Dov´è la sella giusta? Oltre il sottopasso della ferrovia? Accanto all´ultima casa sopra il laghetto? Oppure dopo l´osteria "Landravec", che vuol dire "bighellone"?
Nella frazione di Belo Selo, un vecchia in nero falcia davanti a casa. Chiediamo: "Signora, dove finiscono le Alpi?". Marija – così si chiama – non può credere alla nostra domanda. Mai saputo che nel suo villaggio finisse o cominciasse qualcosa. Da una parte o dall´altra della strada, sempre montagna è. Sorride, ci manda dall´amica Draga, che cura l´orto un po´ più in basso. Ma anche Draga non sa nulla. "Provate con la maestra, Stanka Loncaric, al numero 12". Josip, un muratore, si offre di accompagnarci. Ormai tutto il paese è mobilitato.
Al numero 12 Stanka non c´è. Apre mamma Ljuba, allarmata dai ficcanaso. "Cosa vogliono quei due?" chiede a Josip. Poi capisce, ci indica un´altra casa in basso, verso il laghetto. Lì c´è sua figlia. "Che facciamo?", chiedo al compagno di viaggio. Mollare? Mai. Ormai tutto il paese ci guarda. Puntiamo decisi su Stanka, che ci riceve con tutta la cortesia possibile, estrae enciclopedie e vecchie carte, ma elude la domanda. Si arrende: "Chiederò al mio collega di geografia, Miroslav Grgur". Miroslav non c´è, avverte. Ma gli telefonerà lei, niente paura.
Non possiamo arrenderci, ormai è una questione personale fra noi e le Alpi. Puntiamo sulla direzione del parco del Gorski Kotar, poco a monte, oltre una foresta di pioppi verde velluto. Il capo, Marijan Pintar, allarga le braccia: "Che volete, io mi occupo di rifocillare i gitanti". Come dire: non so niente. "Ma aspettate – ci rincorre – qui c´è l´uomo che fa per voi!". E ci porta quasi a forza da un distinto signore brizzolato che sorseggia il caffè. Un capitano marittimo, dunque un intellettuale. La faccenda si fa seria.
Presentazioni. Capitano Ivo Rudenjak, di Ragusa. Un tipo cui piace raccontare. La prende larga, spiega che la Dalmazia è una terra unica. Ne elenca meticolosamente i motivi. Salsedine, maree, paesaggio, venti, flora, coste, storia, genti, musica. Noi aspettiamo fiduciosi la rivelazione. Ma quando arriva alle Alpi, il conferenziere si inchioda, desolato. Dice: "Vi aiuterà il qui presente Nikola Strazicic, professore di geografia all´università di Zagabria". E´ un altro dirottamento inutile. Difatti, pure il prof svicola. "Sono un geografo del mare", si scusa.
Ormai è chiaro. I croati non sanno di essere una nazione alpina. Bisogna spiegarglielo. Così punto deciso su Tatjana Petranovic, una bionda che cura l´ufficio comerciale del parco. Le dico: ascolti, le Alpi cominciano qui, ve lo diciamo noi italiani, è una follia che sui vostri dépliant non sia scritto nulla. Tiro fuori la carta topografica, metto il ditone sull´isoipsa più alta sulla strada che dal villaggio di Vrata porta a Delnice, e le comunico: ecco, questo è il punto. Metteteci un cippo, fate qualcosa.
La Petranovic ascolta a bocca aperta la mia perorazione appassionata. L´orgoglio nazionale croato, normalmente prontissimo ad aggrapparsi a qualsiasi cosa non sia Balcani, stavolta è colto in contropiede. "Zagabria – spiego - dovrebbe impedire alla Slovenia di vantarsi con la storia del Monte Nevoso". Pilepic mi guarda nel meriggio pieno di cicale. Siamo soddisfatti. La missione è compiuta.
La foresta ondeggia nel vento come come gli alberi di una flotta in rada. Olmi, sicomori, abeti immensi, alti fino a sessanta metri. La sera ci coglie su una radura, un posto magnifico battuto da orsi, cinghiali, martore, linci. Prime stelle. Ormai, dorme anche il telefonino.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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