Prima o poi doveva succedere. I due ingorghi più lunghi e impervi dell’esodo agostano si sono formati di notte e hanno raggiunto il loro glorioso culmine all’alba, quando il gallo canta e il casellante, di norma, fa i cruciverba. Code antelucane, centinaia di migliaia di italiani che hanno visto sorgere il sole, come in un seguito assurdo di Ecce Bombo, inscatolati nelle lamiere e tutti orientati dalla stessa parte, non si sa se quella giusta...
E così, anche l’ex nicchia delle "partenze intelligenti" è satura di lamiere. Ci ha messo pochi anni, giusto il tempo di massificare anche l’estro di chi, disgustato dall’immobile promiscuità meridiana, decideva di partire a mezzanotte o alle quattro di mattina. Perché questa è la legge inesorabile della società di massa: fai una cosa diversa, e in breve tempo diventerà uguale, basta aspettare. Il classico ingorgo da evo industriale, che dava i suoi primi rintocchi di clacson subito dopo la chiusura simultanea dei cancelli delle fabbriche, ha ceduto il passo all’ingorgo flessibile, diffuso, imprevedibile, spalmato lungo i giorni e i chilometri dell’estate in parti quasi uguali, l’ingorgo interclassista e liberista del popolo delle partite Iva, tutti liberi professionisti, tutti liberi di partire e intrupparsi quando pare a loro.
A rompere gli argini dell’ingorgo classico, quello del venerdì sera, del primo luglio e del primo agosto, e a farlo tracimare anche negli orari un tempo desolati e assorti ("da solo lungo l’autostrada/alle prime ore del mattino", Giorgio Gaber, L’illogica allegria), è stato di certo l’assottigliarsi della civiltà della fabbrica, il fluidificarsi degli orari e degli impegni. Ma ci si è messo, dopo, anche il giudizioso zelo dei tutori del traffico, delle varie campagne di sensibilizzazione e svezzamento del gregge motorizzato.
A furia di marchiare a fuoco certi giorni e certi orari (allarme rosso, evitare accuratamente), sono gli altri giorni e gli altri orari a ricevere l’urto massiccio dei partenti intellligenti. Che intelligenti, magari, lo sono anche, e nell’esaudire i consigli delle autorità ci mettono pure qualche dose di civismo: non è colpa loro se è il nudo numero dei partenti, il sovrannumero pauroso di quanti siamo, a rendere impossibile lo snellimento delle strade, dei viaggi, delle vite. Siamo troppi litri per la stessa bottiglia, questo è il dannato punto. E dunque sì, tutti in fila come una volta gli operai, costretti a mettere in moto l’auto quando decideva il padrone, e a ripercorrere la stessa strada al richiamo della catena da riavviare. Il ritmo padronale, che aveva qualcosa di autoritario ma anche di solenne, non incide più di tanto, ormai, nel calendario italiano. Ma nell’impadronirsi diffuso del proprio tempo ci si ritrova poi a cozzare, come milioni di individualisti di massa, nell’impiccio clamoroso e brulicante delle libertà altrui: a metterci in macchina quando pare a noi, siamo ormai a milioni. Tanti quanti possono permettersi vacanze e beni di consumo "esclusivi": esclusivo è ormai sicuro sinonimo di qualunque e di pacchiano, perfino i pubblicitari non lo usano più, sanno che i pesci hanno abboccato troppe volte per cascarci ancora... Poi, attenzione, ci hanno messo lo zampino anche gli sconti e gli aiutini promessi dai gestori autostradali, che a orari (apparentemente) più sgombri vogliono associare tariffe agevolate. Il mito dello sconto (pochi centesimi di euro), quello non cambia mai, se serviva un piccolo scatto per trasformare le già appetibili albe autostradali in esodi biblici, ora ce l’abbiamo. La voce che il Telepass avrebbe leggermente abbassato le sue pretese, a notte fonda, è corsa più veloce di un baleno, e ha scatenato l’entusiasmo popolare. Come quando scattano i saldi, e un sacco di gente scopre di avere urgentissimo bisogno di borsette e golfini, e in realtà ha soltanto bisogno della gioiosa consolazione di avere risparmiato qualche spicciolo. Partenze "esclusive" per tutti, e per giunta in liquidazione. Non poteva che finire con un ingorgo pauroso.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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