UNEO - Tramonta sui tetti in pietra del monastero di Colletto, frazione di Castelmagno in Valgrana, un nido d’aquila più adatto a un Dalai Lama che a un priore. A quell’ora una luce liquida, desertica, quasi tibetana, piove dalla Francia e accende un paesaggio immenso. A Sud l’Argentera, pilastro delle Alpi Marittime, a Nord il Monviso, una piramide di Cheope in questo cielo tropicale del 2003. Tra i due giganti inondati di giallo e di vento, una screpolatura nera, profonda, ramificata, interminabile. La Valmaira, la più arcana delle valli cuneesi. Vi scendo motori al minimo, un tornante dopo l’altro. In fondo, sul fiume, strapiombi, vecchi ponti in pietra, chiese gotiche sparse. A Ussolo, le prime anime vive. Operai, attorno a una casa in restauro. C’è un tipo gigantesco sotto i ponteggi. «Piacere, Sergio Maffioli, geometra». E' allegro, ha una gran voglia di parlare. Spiega che la Valmaira non porta da nessuna parte. E per capire quanto è cieca devi arrivarci dall’alto. Confrontarla col cielo provenzale che la sovrasta, con le scie dei jet che la seguono diecimila metri più in alto. Mi indica una casetta oltre i duemila, un puntino sotto la cima del monte Chersogno. Si chiama «Cà di Bornhu», Casa dei Ciechi. La casa, spiega, ne era piena. Li avevano reclutati i fascisti, per ascoltare, di notte, i bombardieri alleati in arrivo dalla Francia. «Non avevamo il radar, noi italiani. Ma avevamo i ciechi, che hanno un udito speciale. Così mettemmo in quota gli "audiofoni", gigantesche orecchie che amplificavano i rumori del cielo. E i poveracci si misero in ascolto. Confinati lì, estate e inverno». Succede perché questa valle cieca, binario morto degli uomini, è invece una grande strada del cielo. Tutti gli aerei la conoscono. Non ne esiste nessuna meglio orientata tra Est e Ovest. E chissà, azzarda il Maffioli, forse non è un caso che la Maira abbia per stemma un nodo gordiano, segno di nero enigma ma anche folgorante simbolo del Sole. Dentro c’è forse la maledizione delle Alpi italiche, splendide ma prigioniere di un immaginario triste. La nomea di mondo subalterno, travolto dal modello Fiat, complessato di fronte alle Alpi bavaresi, e dunque incapace di vedere le meraviglie che contiene. I sentieri di luce, i villaggi di pietra, le praterie di quota, le meridiane, la grande pittura gotica. Carico a bordo il Maffioli e saliamo a Elva, sull’altro versante. La strada va a rotta di collo dentro un orrido, ricorda i disegni di Walter Molino sulla Pechino-Parigi. Sopra, alla fine dei larici, oltre i pascoli, una ghirlanda di villaggi. Un luogo perfetto per nascondersi. E non a caso qui il mito fondativo è una storia di imboscati. Quella della legione Tebea, proveniente dell’Egitto, ammutinatasi all’ordine di uccidere i cristiani, e poi sparpagliatasi nelle Alpi. Il capo si chiamava Maurizio, il santo che diede il nome a Saint Moritz. Riemergiamo nel cielo, il tramonto è alla fine. Tutto dice che qui tra ombra e luce è scontro cosmico. Senza quello scontro non puoi spiegare l’arroccamento, il particolarismo, la chiusura dei pochi rimasti, e la voglia di fuga di chi invece emigrò inventandosi mestieri nomadi leggendari: i trovatori, gli acciugai, i raccoglitori di capelli per parrucche, gli scalpellini di fonti battesimali. Senza quel conflitto non capisci come il senso di inferiorità dell’Alpe possa coesistere - come accade qui - con una tradizione anarchica, ereticale, partigiana, transfrontaliera. Alla locanda San Pancrazio arriva Ines Cavalcanti, pasionaria occitana, zazzera corta alla Giovanna d’Arco. Racconta che i grandi sensali di capelli vennero proprio da qui, da Elva. Gli inverni erano lunghi, c’era poco da fare in quota, e gli uomini partivano in massa, a comprare capelli in giro per l’Europa. Erano bravissimi, i Lord di Londra volevano solo parrucche fatte con i loro prodotti. Sapevano scegliere bene, i «Cavié». Quando vedevano una donna che li aveva belli, li prenotavano con tre anni di anticipo. Escono le prime stelle, si attacca con la Bonarda e la carne secca, e subito il vino sblocca altre storie, la Valmaira ne è piena. Gli acciugai, per esempio. Che ci facevano lassù, in mezzo alle montagne? Me lo spiega Paolo Bensa, un torinese. Cominciò col contrabbando del sale, che una volta costava l’iradiddio. Per ingannare le dogane, le botti si coprivano di acciughe, che non valevano nulla. Quando il sale fu defiscalizzato, rimasero le acciughe, che entrarono alla grande nei menù del Piemonte. «Così nacque il mestiere». Arriva altra gente e altro vino, tutti hanno voglia di raccontare. Don Graziano, il parroco, parla delle valli laterali, le più belle. Ugo Mauro svela che «Il testamento del capitano» era una canzone medievale composta per la morte di Ludovico secondo di Saluzzo, uno che volle lasciare i pezzi del suo corpo al Monferrato, alla Francia e alla sua città. Il discorso scivola sui vangeli apocrifi affrescati nelle chiese. Un viaggio ai confini dell’eresia, che qui non fu tanto ribellione, quanto onnipotenza del fantastico nell’immaginario dei montanari. Ultimo bicchiere a San Martino, alla locanda degli Schneider, una coppia di lingua tedesca che si è stabilita qui. Lui è austriaco di Schruns, gli chiedo come mai ami ciò che gli italiani hanno dimenticato. «Mi è piaciuto subito perché somigliava all’Alpe di mio padre. Severa, semplice, senza balconcini e gerani». Elementare, no? Peccato che ci voglia sempre uno straniero a spiegarci l’Italia. Problemi di inserimento? «Nessuno. Quando i vicini hanno visto che nel villaggio, dopo vent’anni di abbandoni, c’era un camino in più che fumava, ci hanno adottati». E' l’ora della grappa, arriva un tipo con orecchino, tatuaggio e barbetta da pirata. E' Sergio Berardo, suonatore di ghironda e cornamusa, strumenti dell’Occitania. Col suo complesso ha rilanciato la tradizione in chiave moderna. Un trovatore, come quelli che giravano l’Alpe con lanterna magica e marmotta ammaestrata. Si esce fuori, Sergio canta. «I passaven lu còl enté una nuech senca la Luna». Passavano il colle / in una notte senza luna / a noi piace pensare / che lo facessero anche per cercare / un cielo più grande del nostro. Sopra, un tripudio di stelle.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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