RIFFIAN - Niente di italiano. Niente, manco a morire. Giornali zero. Scritte zero. Giusto giusto un tricolore, sulla caserma dei carabinieri. «Parlo solo tedesco» mi risponde una vecchia stizzita davanti alla pensione Schupfer. Penso: normale in Sud Tirolo. E ancor più normale in Passiria, terra di Andreas Hofer, eroe di questa piccola patria alpina. Il fatto è che le valli che portano al regno misterioso di Oetzi, la mummia del Similaun, comunicano qualcosa di più forte ancora. Passeggero, ti dicono, qui sei più in Austria che in Austria. Qui abita l’Homo Tirolensis. E davvero qui tutto è «Heimat». La scrittura gotica, i gerani sui balconi, la cura meticolosa del territorio, le siepi. Persino i «Willkommen» e gli «Aufwiedersehen», sui cartelli all’ingresso dei paesi. Gli italiani, noti esterofili, adorano questa caricatura di montagna, così perfettamente austriaca. Ignorano, forse, che proprio in Austria il loro mondo da cartolina finisce. Basta passare la frontiera, superare i selvaggi tornanti del Passo del Rombo, scendere come in bob sui pascoli che portano a Obergurgl e Heiligkreuz, e subito il Tirolo si imbastardisce. Inizia l’industria del turismo, cominciano i mega-hotel del fitness e del divertimento occupati da reggimenti di tedeschi. Comincia l’uomo nero, l’immigrato africano, o il turco. Ma soprattutto comincia il tricolore, alla grande, davanti ai negozi di scarpe e alle rivendite di pasta e olio. Qui l’Italia fa «trend». In valle trovo persino una pizzeria gestita da turchi, ma con la bandiera nostra e le foto della Loren e Mastroianni. Forse per questo andiamo lassù, sulle Alpi di Oetz o Venoste, cuore della patria tirolese. Sui ghiacciai dove - con l’accorta regia di Reinhold Messner - la mummia fu trovata, in bilico sul confine. Vengono con me due friulani, Antonio Massarutto, che conosce questi luoghi come le sue tasche, e Stefano Di Bartolomeo con la bastardina alpinista Ester. Lasciamo l’auto a Vent, sistemiamo corde, ramponi, e saliamo in cinque ore tra pietraie e nevai fino alla Brandenburger Haus, quota 3272, alto, solitario come una fatamorgana, su uno scoglio completamente circondato da ghiacciai. Il rifugio più alto del Tirolo. Lo vediamo da lontano. Una fantastica costruzione in pietra, con le imposte dipinte a strisce blu e rosso. Gli unici colori in quel mondo minerale. Costruito nel 1909, non l’hanno mai cambiato e oggi pare un castello incantato. Immobile sopra un mare di ghiaccio - il Gepatschferne - che di sera rumina impercettibili rumori come un dinosauro in letargo. Immerso in una luce bianca spettrale, quasi mistica. Ma dura poco. Alle 20, poco dopo il nostro arrivo, l’aria si riempie di luce gialla e poi di un pulviscolo rosa aranciato. Nel rifugio regna un clima ovattato - in tedesco si dice «gemuetlich» - un senso di protezione antico, sparito dai nudi rifugi della modernità. I ritratti a olio dei primi gestori, l’odore del legno centenario, i finestroni sul tramonto, il profumo di zuppa. Allegre comitive ridono per ogni nonnulla, esageratamente; è l’effetto esilarante della quota. Marianka, una cameriera slovacca, ci scodella piatti giganteschi di carne e patate al forno con gnocchi di pane allo speck, poi torna con calici imperiali di birra alla spina. Lussi impensabili in un rifugio italiano così lontano dal mondo. Eccolo, forse, il cuore del Tirolo. Chiedo a Wolfgang, un solitario signore di Innsbruck che sorseggia una tisana, la vera storia di Oetzi. «Ah, il furto?», mi gela con un sorriso al veleno. Che furto, chiedo. La mummia, mein Gott, «rubata» dai cugini del Sud-Tirolo. «L’avevamo presa prima noi, l’avevamo studiata noi. Tanto è vero che si chiama Oetzi, come le nostre valli. Non Schnalsi, come la loro Val Senales. Poi hanno vinto loro, l’hanno trasferita a Bolzano. Perché sono più potenti». Ma come: noi, loro? Cosa vuol dire, che siete in guerra? La mummia non è il simbolo dell’unità tirolese? «Nein - rincara Wolfgang - è il simbolo della divisione che si è aperta. Il gelo tra noi è iniziato con lo scongelamento di Oetzi». Offro una birra all’austriaco, la storia si fa interessante. Incalza: «Altro che guerra fra italiani e tedeschi. E’ roba vecchia. Quella fra tirolesi è peggio. Non è un conflitto, è una nevrosi. Dunque, una cosa molto meno governabile. E' scattata proprio ora che c’è l’Europa e il confine non c’è più». Un esempio? «Noi vogliamo bloccare il traffico dei Tir e loro trovano il modo di riaprirlo. Noi vogliamo mettere un centro commerciale sul Brennero e loro lo bloccano per proteggere le loro botteghe. Noi compriamo una quota dell’aeroporto di Bolzano e loro ci fanno andar via. Noi abbiamo una grande, antica università a Innsbruck, e loro se ne fanno un’altra, apposta». Wolfi è alla sua terza birra. «Sono pieni di soldi italiani e poi usano i nostri ospedali, che sono migliori. E sa cosa dicono tra loro, i signori alto-atesini? Dicono: "Los von Innsbruck", via da Innsbruck. Una volta dicevano: "Los von Rom", via da Roma. Povero Hofer, il patriottismo tirolese è morto. Ecco perché oggi a Innsbruck preferiscono un romano a un sudtirolese». Incalza: «Secondo me anche la mummia è un bluff. Quel poveraccio morto di freddo era un italiano, lo sapeva? Ma si guardano bene dal dirlo». Ormai ride alle lacrime, non lo tiene più nessuno. «Un giorno, quando sarà vecchio, quel furbacchione di Messner si toglierà la parrucca da leone, mostrerà la testa calva e dirà: vi ho fregati tutti quanti». Che storia. Mi batte nelle tempie tutta la notte, assieme alle pulsazioni dell’alta quota. Nei dormitori sentiamo ogni sospiro, ogni scricchiolio, ogni piede che ciabatta verso le toilettes. Domani Antonio va sul Similaun, ma la mummia è già qui. La sento che ghigna attorno alla Brandenburger Haus. Ripenso all’oblò da cui è visibile nel suo loculo refrigerato, dentro il museo di Bolzano, e improvvisamente mi accorgo che è vero: Oetzi non si lamenta, ride. Sì, quell’uomo, posto con dubbio gusto su un tavolaccio di zinco, si è accorto di essere simbolo di un progenitore che non c’è. Veniva dal Sud, dicono i suoi vestiti. Era un Homo veneticus, un lumbard, magari un terrone. Finito senza saperlo su un confine nevrotico.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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