HAMONIX - Chissà dove sarà Ulisse, oggi che l’orda dei Proci ha invaso la sua casa. In trent’anni la folla è decuplicata sul Monte Bianco, ma Ulysse Borgeat - il custode del rifugio Couvercle degli anni Sessanta - lo ricordo come fosse ieri. Aveva addomesticato una marmotta che la sera saltava sul tavolo e cenava con gli alpinisti. Cene memorabili, con i big d’allora, i Bonatti, i Frison Roche, i Rébuffat. L’animale, intelligentissimo, rubava la cena anche a loro. Ma era specialmente goloso dei fiori a centro tavola. Li spazzolava tutti, tranne i rododendri. Ulysse non dormiva mai. Era il papà di tutti. Ti chiamava a mezzanotte, se dovevi scalare l’Aiguille Verte. «Minuit», sibilava all’orecchio. Quelli che avevano in programma Les Courtes li scuoteva nella cuccetta alle tre. Poi, tornava in cucina col passo strascicato, lasciava il thé bollente sul tavolo. Tu lo ingollavi in fretta e uscivi sotto miliardi di stelle, mentre altre ombre si infilavano nelle tue coperte calde. C’era un gran traffico lassù, avevi sempre la fila per il letto. Ma dormire era utopia, col Bianco sopra la testa. Aiguille du Midi, trent’anni dopo. Torno al Couvercle, sulle tracce di Ulysse. Ma prima, devo attraversare l’orrore. La galleria ghiacciata per uscire dalla stazione della funivia, sotto la guglia dell’osservatorio meteo piantato come un gigantesco fallo sotto la cima. E' una trachea che ti risucchia con una micidiale corrente d’aria, inghiotte giapponesi armati di zoom, americani grassi, russe truccate in tacchi a spillo, bambini urlanti con gelato e copriorecchie, suore. E alpinisti stravolti, col passo da zombie, in arrivo dalla voragine. A Chamonix tra massa e montagna non esiste incontro, ma scontro frontale. Estremo, violento, paradossale, privo di mediazioni. In basso, in paese, quei ghiacciai bianco-sporco che incombono sul fiume, la piazza e lo struscio. Quassù, alla funivia, a quota 3800, questa finestra di ghiaccio con sotto la Vallée Blanche a portata di mano, punteggiata di formiche e tendine rosse, gialle, blu. Un display dove tutto sembra facile, pericolosamente vicino. Alla ricerca di Ulysse dunque. Ramponi, discesa verso il ghiacciaio del Tacul. A sinistra i dentoni di dinosauro delle Aiguilles de Chamonix. Ripasso a memoria il Grépon, per la fessura Mummery. Salita perfetta, rigorosa, atletica. La più completa, forse, con il lungo avvicinamento su ghiaccio. «Oggi - mi spiega la guida Lionel Wibault - il problema s’è rovesciato col clima sahariano. Sulla roccia, condizioni favolose, granito iper-secco. Il ghiaccio, invece, è diventato una scommessa, un labirinto di crepacci. Oggi, il tempo di salita dipende solo dall’avvicinamento alla base». Ecco là sotto il Couvercle. Completamente rifatto, ingrandito. Quello vecchio, Ulysse se l’era portato tutto sulle spalle, prima di diventarne gestore. Un pezzo alla volta, e ogni pezzo pesava settanta chili. Non l’avresti mai detto, vedendolo. Era segaligno, eppure nella sua vita, raccontano, s’è caricato il peso di tre-quattro Tir. Una volta portò la cucina in un pezzo solo, cento chili. Il momento più difficile fu la discesa dalla stazione d’arrivo del trenino di Montenvers, una rampa a pioli fin sulla Mer de Glace. Ulysse era uno dei pochi a non aver bisogno di soprannomi. Il nome bastava a definire la sua vita da pioniere. Mezzogiorno, cielo blu genziana, cordate che rientrano, traversata sul rifugio Carpoua, nido d’aquila all’ombra del Dru, la più tremenda piramide di granito delle Alpi. Sull’altro lato della Mer de Glace, il rifugio de l’Envers. Ulysse è stato gestore anche lì. Tre guide lamentano che Chamonix è diventata una riserva indiana. «E' tardi per proteggersi - brontola Robert Payot - ormai sono loro che proteggono noi». E per «loro» intende l’orda che ha stravolto il paese. Inglesi e americani, che hanno comprato tutto. Discesa della Mer de Glace, il ghiacciaio è grigio, sahariano. E' pomeriggio inoltrato, il trenino a cremagliera scende a Chamonix. «Connaissez vous Ulysse Borgeat?», chiedo all’ufficio guide. Ma l’ufficio guide è il posto più trafficato del paese. Devi farti largo tra la folla. Frichettoni e industrialotti in cerca d’avventura, ragazze seminude, fiere accanto agli uomini veri tornati dalle pareti, laceri, ustionati dal sole. Come a Cortina, tutto è rappresentazione. Ma se lì vince un’aristocratica indolenza, qui trionfa una democrazia di muscoli e adrenalina. «Borgeat? Abita a Servoz - mi spiegano - un villaggio verso Sallanches». La guida Georges Unia, un provenzale trapiantato sul Bianco, si offre di portarmi da lui. Il vecchio c’è, ha quasi ottant’anni. Dall’altra parte della cornetta sento una voce roca, come quella di un minatore affetto da silicosi. «Venez», dice. «Je vous attends». Scendiamo lungo l’Arve in piena, gonfio dell’acqua di fusione dei ghiacciai. Non ce n’è mai stata tanta negli ultimi vent’anni qui in valle. Eccolo, il vecchio eroe. Innaffia i fiori davanti a casa. Li cura minuziosamente. Si muove con fatica, col suo cagnolino. E' solo, non ha nessuna Penelope. E' diventato tozzo, ha il collo taurino. Solo gli occhi sono sempre i suoi, chiari, dolcissimi. «E' il cortisone - spiega - mi ha cambiato anche la voce». Dopo aver portato due rifugi sulla schiena, l’artrite reumatoide lo consuma. Ci ride su, un po' stridulo, ma ha gli occhi umidi. Sotto, indovini la malinconia. Apre una busta, dentro c’è la sua storia, una vita in dieci fotografie. Ulysse, 57 tonnellate sulle spalle. Ulysse, quando in montagna non c’erano gli elicotteri. Oggi che fai? «Non guardo la tv, mi snerva. Leggo, invece». E tira fuori dagli scaffali i libri di montagna con le dediche di Walter Bonatti e Gary Hamming. Perché non hai messo famiglia, chiedo. «Pas le temps de me marier», ride il lupo solitario, non avevo tempo di sposarmi. Troppo da fare. Si fa un attimo di silenzio, sentiamo il fiume tuonare a valle. «C’est la catastrophe», mormora. Troppa acqua, troppo disgelo, troppo caldo. Ride ancora con la voce roca, ma di nuovo il riso è in bilico col pianto. Sul Bianco arriva l’ultimo lampo arancione, poi il gigante ridiventa banchisa. Una granita nell’ombra.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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