Aggiusta il nodo della cravatta, inforca gli occhiali, sfoglia il block-notes fitto di appunti, accenna un garbato sorriso. Poi alza lo sguardo sul giudice e inizia a rispondere in tono calmo, asciutto, senza mai alzare la voce, senza mai perdere l´autocontrollo. Un grande avvocato, quale era Tony Blair prima di darsi alla politica, non si lascia intimidire solo perché un giorno gli tocca di trovarsi alla sbarra, sul banco dei testimoni o degli imputati. Specie se l´ex-avvocato è il Grande Comunicatore della scena mondiale, il persuasore a cui nessuna platea, finora, ha voltato le spalle. "Se l´accusa di aver gonfiato il dossier sulle armi irachene, sollevata contro il mio governo dalla Bbc, fosse stata vera, avrei dovuto dimettermi", dice quasi subito il primo ministro. Quindi fa una pausa teatrale, durante la quale nell´aula numero 73 della Royal Court of Justice non vola una mosca. "Ma era un´accusa completamente assurda, perché noi abbiamo agito nel pieno rispetto delle regole".
Due ore e mezza più tardi, Blair è tornato al 10 di Downing street consapevole di avere mantenuto la sua reputazione di formidabile oratore. Nella forma, è stata un´interpretazione brillante. Resta da vedere se risulterà altrettanto convincente nella sostanza: cioè se la Gran Bretagna crederà che il suo premier ha detto tutta la verità sulla guerra in Iraq e sul suicidio di David Kelly, lo scienziato che con le proprie rivelazioni ha messo in moto lo scandalo. Per saperlo, bisognerà aspettare gli editoriali della stampa inglese, i sondaggi d´opinione e infine il rapporto di Lord Hutton, il giudice che dirige l´inchiesta sul caso Kelly. Ma aspettando il verdetto, qualcosa si capisce seguendo il "giorno del giudizio" del premier laburista.
Alle cinque del mattino c´è già la coda per entrare a palazzo di giustizia: centinaia di persone hanno trascorso la notte in sacco a pelo per conquistare uno dei dieci posti concessi agli "spettatori" (e altri settanta per seguire il dibattimento in una saletta a circuito chiuso). Alla spicciolata arrivano anche i dimostranti. Quando alle dieci e trenta giunge il premier, una folla imponente lo accoglie con fischi, slogan acidi ("Bush e Blair criminali di guerra", "Dimettiti") o ironici ("B.liar", ossia Blair bugiardo). Molti indossano un lungo naso di cartone, allusione a Pinocchio. Sui tetti sono appostati i cecchini. Le imponenti misure di sicurezza bloccano il traffico sullo Strand, nel cuore di Londra, a due passi dalla storica sede della Bbc, dall´hotel Charing Cross dove un giornalista della rete britannica incontrava la "talpa" Kelly, e dal ben più sontuoso Savoy al cui ristorante pranzavano Churchill e De Gaulle.
Dentro l´aula della Royal Court ci sono più giudici e inquisitori (trentasette) che pubblico. La deposizione di un premier è quasi senza precedenti: ce ne fu solo un´altra, del conservatore John Mayor nel '94, a un´inchiesta per una vendita illegale di armi britanniche all´Iraq, cioè allo stesso Saddam che in seguito il Regno Unito avrebbe deciso di disarmare. Più o meno all´ora in cui entra Blair, a migliaia di chilometri di distanza muore un soldato britannico: il cinquantesimo caduto in Iraq dall´inizio del conflitto.
Abbronzato dal sole della vacanza alle Barbados, il primo ministro è sobrio, disteso, gentile. Ma non remissivo. Ammette che il dossier sulle armi di sterminio irachene fu pubblicato nel settembre 2002 per convincere una scettica opinione pubblica inglese ad approvare la guerra; però aggiunge che non ci fu nessuna manipolazione del documento, il quale rifletteva "in pieno" le informazioni fornite dallo spionaggio. Ammette che non era sicuro su come gestire le rivelazioni del dottor Kelly; ma ribadisce che non poteva rischiare di nascondere al parlamento l´esistenza di una "talpa" all´interno del ministero della Difesa. Soprattutto, se la prende con la Bbc: "Un conto è non esser d´accordo con il governo, con la guerra, la gente ha il diritto di farlo, un altro è scagliare accuse di eccezionale gravità e completamente assurde. La Bbc avrebbe dovuto riconoscere che erano false". In conclusione, Tony Blair si assume ogni responsabilità: "Sono il premier e spetta a me prendere le decisioni", afferma a testa alta, "ma voglio sottolineare che abbiamo sempre rispettato le regole".
Gli inglesi si lasceranno convincere? L´opposizione sicuramente no: "Il premier ha lasciato distruggere Kelly per proteggere il suo governo", sentenzia Ian Duncan Smith, leader dei conservatori. La Bbc, per bocca del suo presidente Gavyn Davies, che ieri ha testimoniato davanti al giudice Hutton poco dopo Blair, è di avviso simile: "Noi ci siamo limitati a fare il nostro mestiere, il governo ha reagito con un attacco senza precedenti all´integrità e all´imparzialità della nostra azienda". Gli altri media prendono tempo, in attesa dei sondaggi. La gente, all´uscita del palazzo di giustizia, sembra non avere dubbi: "La lezione di questa storia", dice Matthew, in coda dall´alba, "è che se ora Blair ci spronasse a scegliere l´euro giurando che farà bene al paese, nessuno gli crederebbe". Morale: il "Monicagate", commenta un quotidiano londinese, non ha messo fine alla presidenza Clinton, ma ha creato l´irrevocabile impressione che di lui non ci si può fidare. Più delle dimissioni, ecco il rischio che corre adesso Tony Blair.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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