Mi sembra che quest’estate sia stata una stagione violenta. Piena di morte e di atti distruttivi, verso la natura e verso le persone. Gli incendi, i vecchi, e poi le donne. Ci sono stati tanti uomini che hanno ucciso figli, mogli e fidanzate. C’è stata la morte per botte dell’attrice Marie Trintignant. In Francia sono rimasti tutti un po’ sconvolti. La morte giovane colpisce sempre e fa male. La morte per violenza subita però ha in sé qualcosa di più angosciante e assurdo. In Francia molte donne sono uscite allo scoperto e hanno cominciato a raccontare le loro storie. Hanno avuto il coraggio di scrivere ai giornali, di andare in televisione e alla radio per dire che sì, anche loro hanno avuto esperienze simili, in passato oppure in alcuni casi la faccenda dura ancora. E non si tratta come forse immagini un po’ stereotipate potrebbero farci pensare di donne con fidanzati o mariti ubriaconi, ignoranti e bestie, per niente, ho sentito testimonianze di mogli di dirigenti e professionisti. La classe sociale non fa differenza. A quanto pare, la violenza sulle donne è davvero interclassista.
Mi hanno riferito di un’inchiesta fatta da "Le Monde" un paio di anni fa che riportava questa cifra da brivido: in Francia ogni anno sono più di settanta le donne che muoiono uccise per mano del loro marito o compagno. Significa sei donne massacrate ogni mese. E poi c’è quest’altro dato: quasi due milioni di donne adulte ogni anno subiscono violenza dal loro congiunto. Stiamo parlando della Francia, il paese degli intellettuali e dei philosophes per antonomasia. Il paese per cui la cultura è ancora un grande valore.
Anche in Italia – basti pensare solo agli ultimi mesi – avete notato a quante donne è toccata la stessa sorte. A Genova, è toccato alla moglie dell’anziano colpito dall’Alzheimer, a Cornigliano alla moglie e ai figli dell’ispettore di polizia. Indirettamente è collegato agli stessi motivi anche l’ultimo fatto di cronaca, il diciassettenne calabrese che ha ucciso l’amante della madre. Lei aveva già denunciato l’uomo per le violenze subite per anni.
Ne ho discusso con donne e uomini cercando di trovare un senso a qualcosa che sembra cozzare con l’immagine di un occidente che in apparenza rispetta le donne. E che è pronto a puntare il dito (addirittura a fare guerre) contro quelle culture che le donne le disprezzano, le fanno vestire come dei sacchi di patate e non le fanno uscire di casa. D’accordo, da una parte c’è questa dannata aggressività maschile, questa abitudine di tanti di parlare con le mani e le armi invece che con le parole. Questa tendenza a distruggere l’altro prima di fare un tentativo di capirlo, di rispettarlo. E poi dall’altra parte c’è questa delirante capacità di annullarsi e sopportare delle donne. Di capire e perdonare. Forse le relazioni violente si stabiliscono poco a poco, forse si comincia con una sberla, poi uno schiaffo un po’ più forte e si va avanti. E le donne sono disposte a perdonare, magari anche a sentirsi oscuramente in colpa. Perché lui è geloso o non è abbastanza felice, perché è fragile, o forse non si sente capito, o ha avuto un’infanzia brutta o ha perso il lavoro o lavora troppo. E poi, forse, si pensa che è stata solo una cosa occasionale e che non si ripeterà più. E dato che nessuno è solo una bestia, nessuno è qualcosa al cento per cento, si resta un po’ sconvolte a pensare che l’uomo che amiamo, quello che sa essere anche tenero e appassionato e simpatico possa diventare anche così animale. Così cieco così cattivo. E allora – credo – si tiene duro ancora un po’, si stringono i denti finché si può (e le donne hanno incredibili capacità di resistere a tutto) e si passa sopra ancora una volta a quelle botte, a quella sfuriata.
Invece di fare le valigie si continua a sperare che lui prima o poi smetterà, che prima o poi la finirà con questo vizio di menare le mani. E si aspetta. A volte prima di aprire gli occhi, prima di capire che le persone in genere non cambiano (semmai peggiorano) e andare via, denunciarlo, magari chiedere aiuto, si aspetta troppo tempo. Finché non c’è più tempo.
Rossana Campo

Rossana Campo

Rossana Campo (Genova 1963) vive tra Roma e Parigi. Con Feltrinelli ha pubblicato: In principio erano le mutande (1992), da cui il film omonimo di Anna Negri (1999), alcuni racconti nella raccolta a cura di Gianni Celati, Narratori delle riserve (1992), Il pieno di super (1993), Mai sentita così bene (1995), L’attore americano (1997), Il matrimonio di Maria (1998), nato come radiodramma trasmesso da Radio Tre nel gennaio 1997, Mentre la mia bella dorme (1999), il libro per bambini La gemella buona e la gemella cattiva in Feltrinelli “Kids” (2000), Sono pazza di te (2001), L’uomo che non ho sposato (2003), Duro come l’amore (2005), Più forte di me (2007) e Lezioni di arabo (2010). Per i “Classici” ha tradotto e curato Peldicarota (2007) di Jules Renard.

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