Abu Mazen ha infine presentato le dimissioni ad Arafat. Nel suo discorso di addio il premier uscente ha accusato lo stesso Arafat di averlo accoltellato alla schiena. Poi ha puntato il dito contro Israele e Stati Uniti per averlo tradito politicamente e ha rimproverato la stampa araba di averlo deriso. Però non ha pronunciato neppure una parola di autocritica. Neppure una frase sul fatto che lui stesso ha fallito nell’attuare la clausola più importante delle intese di pace comprese nella Road Map : ovvero l’impegno di disarmare i gruppi estremisti palestinesi, i nemici della pace. Per quello che so, nei suoi cento giorni di governo il signor Abu Mazen non ha sequestrato neppure una singola pistola.
Certo, Abu Mazen può affermare in sua difesa che Ariel Sharon ha fallito nel rispettare a sua volta l'impegno fondamentale previsto dalla Road Map : smantellare le colonie ebraiche non autorizzate all’interno dei territori occupati sin dalla guerra del 1967 e congelare la crescita delle altre colonie. E' vero, Sharon non ha fatto assolutamente nulla in questo senso. La sola differenza tra i due è che Sharon non si è neppure sognato di rassegnare le dimissioni. E invece ha continuato a ripetere all'infinito che non vuole avere niente a che fare con Arafat e i suoi. Una posizione inaccettabile, perché non sta agli israeliani decidere chi devono essere i rappresentanti palestinesi, come non sta ai palestinesi scegliere chi tra gli israeliani sarà il loro partner nei negoziati di pace.
Arafat può anche essere un personaggio orribile, con un passato di violenza e di imbrogli, persino un leader inaffidabile, come lo stesso Abu Mazen ha provato sulla sua pelle. Tuttavia noi israeliani non possiamo eleggere Madre Teresa a capo dei palestinesi. Dobbiamo rassegnarci a negoziare con Arafat. E ciò non perché lui sia nostro amico, bensì proprio poiché è il leader dei nostri nemici.
Il cuore della questione non è chi deve essere nostro partner nel negoziato, ma piuttosto quali sono l'agenda e i punti da negoziare. Ogni volta che Arafat chiede che i profughi palestinesi ottengano il permesso di tornare nelle regioni comprese all'interno dei confini israeliani dal 1948 al 1967, in realtà implica che devono esistere contemporaneamente due Stati palestinesi e nega invece il diritto all'esistenza di uno Stato per gli ebrei. Nel 1948 centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi con la forza dalle terre del neonato Stato di Israele. Nello stesso periodo centinaia di migliaia di ebrei che avevano vissuto nei Paesi arabi da centinaia di anni venivano espulsi dalle loro case ed emigravano in Israele. Questo per Arafat rappresentò il problema più difficile da affrontare una volta per tutte ai negoziati di Camp David tre anni fa e da allora costituisce il maggior ostacolo a qualsiasi sforzo verso la pace.
La risposta più semplice e immediata a queste tragedie è una sola: la Palestina ai palestinesi e Israele agli israeliani. Arafat dichiari in modo inequivocabile che lo Stato di Israele è la casa degli ebrei e simultaneamente Sharon dica che lo Stato palestinese deve diventare la casa di tutto il popolo palestinese. Questo è il punto di partenza più logico per la ripresa dei negoziati.
I dirigenti e i militanti islamici di Hamas e della Jihad non credono nella formula dei due Stati. Secondo la piattaforma del programma politico di Hamas, gli ebrei sono una piaga che va distrutta per due motivi: 1) Sono i discendenti di maiali e scimmie, dei sub-umani. 2) Controllano il mondo, utilizzando organizzazioni sovversive tipo i Rotary Club, i partiti comunisti, e i magnati internazionali della finanza. Hamas e Jihad affermano che gli ebrei non sono un popolo, dunque non hanno diritto a una patria. Così dichiarano una guerra totale, che significa dare la luce verde per gli attacchi contro scuole, asili, sinagoghe, autobus. Israele però deve limitarsi a combattere solo i loro gruppi di fuoco. Anche in tempo di guerra è sbagliato, stupido e controproducente cercare di attaccare i loro ideologi, gli incitatori, gli imam nelle moschee e i loro politici.

Traduzione di Lorenzo Cremonesi
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>